20 Luglio 2020

Sindrome della capanna: quando la casa è la nostra nuova amica-nemica.

La quarantena appena vissuta ha imposto una serie importante di limitazioni e obblighi. Il senso di sicurezza e leggerezza che provavamo nel vivere la nostra vita fuori casa in alcuni casi ha lasciato il posto a tristezza, ansia, paura connesse con il pensiero di uscire. È il fenomeno conosciuto come sindrome della capanna. Capiamo meglio di che si tratta e quando è bene iniziare a intervenire per contrastarlo.

Per mesi interi i nostri contatti con l’esterno si sono ridotti all’essenziale se non addirittura annullati. A causa del Coronavirus e delle misure cautelative a cui ci siamo dovuti attenere si è creata una sorta di bolla fuori dal tempo. Una dimensione protetta, accogliente che trovava nella nostra casa una rappresentazione perfetta del nido o di una tana capace di difenderci da tutto il resto. Per quanto sia stato utile e necessario quel periodo, a posteriori dobbiamo comunque confrontarci con gli effetti anche psicologici che uno scenario di quel genere inevitabilmente lascia sulla mente umana.

In alcuni casi il problema emerge con forza e – anche ora – che si potrebbe uscire abbastanza liberamente per contro potremmo non volere abbandonare quel porto sicuro. Potremmo così sperimentare ansia, paura, tristezza al solo pensiero di uscire di casa. Al tempo stesso potremmo non essere consapevoli di questo disagio, ma ci potremmo sentire stanchi e letargici. Potremmo scegliere come nostra unica attività ricorrente frequenti e lunghi riposini o potremmo comunque faticare a svegliarci al mattino, rimanendo quindi per ore intere a rigirarci nel letto. Questi effetti che sembrano innocue sensazioni possono rientrare tutti in quella che è stata definita la sindrome della capanna.

La capanna, dove tutto ha inizio.

Sindrome della capanna

Il nome di questo disagio deriva dall’inglese, ovvero “cabin fever” ed è associato ai primi casi emersi rintracciabili nel periodo della ricerca dell’oro. A quell’epoca i cercatori erano costretti a vivere isolati e lontani dal contatto umano per lunghissimi periodi. Al termine di una stagione trascorsa in completo isolamento molte di queste persone presentavano una serie di problematiche. Disturbi e disagi che si palesavano in via principale quando finalmente giungeva il momento di lasciare la capanna e tornare alla normalità precedente.

Il lockdown che abbiamo vissuto di recente ha ricreato le stesse condizioni di stress mentale con cui si sono confrontati i cercatori d’oro portando all’emergere della sindrome della capanna. Ora che siamo liberi di uscire potremmo quindi provare angoscia all’idea di allontanarci dalle nostre sicurezze, potremmo non avere motivazione e nasconderci dietro alla scusa che in casa abbiamo tutto ciò che possiamo desiderare. Potremmo inoltre voler dormire più del solito, mangiare in eccesso per calmare l’ansia, avere problemi di concentrazione e/o di memoria. Potremmo infine sentirci talmente stanchi da non volerci alzare dal letto o dal divano.

Confrontarsi con la sindrome della capanna.

Se ci accorgiamo che stiamo soffrendo uno o più effetti della sindrome della capanna dobbiamo innanzitutto acquisire consapevolezza di questa nuova realtà temporanea. Può perciò essere utile riflettere sulle sensazioni che proviamo e provare  a fare chiarezza scrivendole su carta. A seguire ricostruiamo a piccoli passi una routine, anche semplificata, che sia il più possibile adatta a noi e al nostro stile di vita. Limitiamo i sonnellini nell’arco della giornata e rispettiamo il ritmo sonno-veglia seguendo alcuni macro impegni che possiamo facilmente identificare. Stabiliamo un orario di sveglia alla mattina e organizziamoci una piccola tabella con poche attività da svolgere che non dobbiamo in alcun modo delegare ad altri.

Siamo gentili verso noi stessi e verso gli altri: non abbiamo colpe per questi mesi e neppure per lo stare vivendo gli effetti psicologici derivanti dalla sindrome della capanna. Doniamoci tempo, ma anche apertura e possibilità: parliamo del disagio che viviamo con coloro che amiamo. Se vediamo che la situazione non migliora – o che inizia a essere così limitante da portarci a rifiutare inviti e occasioni di interazione con l’esterno – allora chiediamo aiuto. Chiediamo a chi amiamo di sostenerci e rivolgiamoci in aggiunta a uno psicoterapeuta per approfondire e affrontare i nodi irrisolti collegati al presente o al passato.


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