03/04/20 Blog

La cura di sé: ripensare le giornate durante la quarantena.

Il coronavirus impone una revisione forzata del nostro tempo. Potremmo sperimentare ansia, rabbia, frustrazione. O al contrario potremmo compensare con iperattività e desiderio di controllo. In entrambi i casi può essere di aiuto rallentare, lasciare spazio alle emozioni e rivedere la nostra routine. Scopriamo come un approccio alternativo ci può aiutare.

Ognuno di noi è diverso. Vivere questo tempo per alcuni può voler dire riempire la giornata con mille cose da gestire. Per altri potrebbe significare non trovare l’energia e la motivazione per dedicarsi anche alle attività più semplici. E per altri ancora potrebbero esserci momenti pieni di vitalità contrapposti a istanti di ozio assoluto e di estrema ansia, rabbia o paura. Non esiste un atteggiamento giusto o sbagliato a cui rifarsi in linea generale.

L’essenziale è come sempre ascoltarsi nel profondo: capire come stiamo, come ci sentiamo ed eventualmente provare strategie differenti. E se viviamo con disagio quello che stiamo sperimentando chiedere aiuto e rivedere i nostri programmi. Sì, perché è impossibile non venire toccati da questa situazione. Siamo tutti coinvolti ed è normale sperimentare insofferenza e paura per il presente o il futuro.

Ascoltiamoci, supportiamoci e assecondiamoci.

Photo by Chris Barbalis on Unsplash

Le nostre vite – e con esse i nostri obiettivi, le nostre aspettative – sono state del tutto sconvolte da un giorno all’altro. Potremmo avere la sensazione di aver perso il controllo sugli eventi. Se questo è vero sotto molti punti di vista, vi sono degli elementi che sono immutabili: siamo sempre noi.

I nostri desideri, sogni e percorsi sono ancora lì. È da quello spazio impalpabile dentro di noi che possiamo partire per ritrovare la quiete. Per farlo possiamo scegliere di concentrarci su ciò che stiamo provando a livello emotivo e di supportarci assecondando l’istante. Se riusciamo a proseguire con la nostra routine quotidiana benissimo, procediamo come di consueto.

Se però così non dovesse essere nessun problema. Lasciamo da parte il giudizio critico su noi stessi (o su chi ci è più vicino) e mettiamoci in ascolto. Attraverso la mindfulness, la meditazione o semplicemente stando in silenzio con noi stessi, domandiamoci: “Cosa mi suggerisce il mio io? Cosa sento di voler fare?” Prendiamo le risposte e iniziamo a modificare pezzo a pezzo le nostre giornate.

Self care e pianificazione semplificata per punti chiave.

Non stiamo parlando di avere un piano dettagliato per saturare ogni singolo istante della giornata, ma avere una linea da seguire può rivelarsi utile. Siamo noi la nostra bussola: una volta chiarito ciò a cui teniamo ripensiamo, dunque, la nostra quotidianità per macro passaggi. Come? Nella maniera più semplice e pratica possibile. Stiliamo una lista delle attività essenziali che dobbiamo seguire e quelle a cui sentiamo di volerci dedicare. Ora che le abbiamo sotto gli occhi, proviamo a concepirle sotto un nuovo punto di vista.

Raggruppiamo le attività in quattro o cinque categorie come: la cura di sé, le relazioni, il relax, gli spazi, i progetti (lavorativi oppure personali). Qualche esempio? Nella cura di sé possiamo far rientrare il lavarsi/vestirsi/truccarsi che di solito compiamo quasi in automatico, la preparazione dei pasti, gli esercizi di mindfulness, l’attività fisica. Nelle relazioni inseriamo il tempo di qualità che scegliamo di condividere con familiari, amici, partner. Nel relax possiamo annoverare leggere, guardare un film, dipingere o qualsiasi attività creativa. Negli spazi possiamo includere la gestione della casa, il giardinaggio per coloro che ne hanno la possibilità. Da ultimo nei progetti inseriamo le ore destinate allo smart working se lo possiamo praticare, le iniziative su cui vogliamo portarci avanti, quell’idea che abbiamo sempre accantonato in attesa di un momento libero.

Fatto questo possiamo passare alla fase di pianificazione vera e propria. Una programmazione sì, ma sempre molto libera e leggera. Ecco dunque che segneremo sul nostro foglio una serie di box alternando a nostro piacimento le nostre macro-categorie. Per esempio, potremmo destinare la mattina alla cura di sé e ai progetti, il pomeriggio agli spazi, la sera al relax e/o alle relazioni.

Non occorre essere troppo dettagliati. L’essenziale è avere una griglia predefinita e sapere indicativamente che ci dedicheremo con costanza a una delle attività che abbiamo individuato in origine come fondamentali. È così che l’organizzazione per punti chiave, unita a un’alternanza il più stabile possibile, può aiutarci a riportare una percezione di sicurezza e di ordine. Una tattica concreta a cui possiamo affidarci e che, insieme alla mindfulness e alla meditazione, può rivelarsi utile nel ridurre l’ansia.


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26/03/20 Blog

La ricerca del benessere e della quiete ai tempi del Coronavirus.

In momenti di grande agitazione, personale e sociale, come quelli attuali possiamo sentirci sopraffatti dagli eventi e/o dalle emozioni. Per riuscire a tranquillizzare la mente e a vivere con più serenità le difficoltà a cui siamo sottoposti può essere utile ispirarsi ai principi resi celebri dalla Acceptance and Commitment Therapy  (ACT). Linee guida che sono state riformulate dal dottor Russ Harris e si sono tradotte nell’approccio noto come Face Covid. Vediamo come fare per integrare queste considerazioni nella nostra quotidianità.


Mai come in questo periodo possiamo trovarci a fronteggiare ansia, rabbia e paura. L’emergenza sanitaria connessa al Coronavirus ha infatti spazzato via gran parte della nostra routine e la possibilità di dedicarci alle consuete attività che ci aiutano a scandire il tempo dando un senso alle giornate. A tutto ciò poi si aggiungono le preoccupazioni per la salute, per i nostri cari e per la situazione economica con cui dobbiamo fare i conti giorno dopo giorno.

In un contesto del genere è normale sentirsi in balia degli eventi o sopraffatti dagli imprevisti, dalla solitudine o dai pensieri negativi. Recuperare almeno in parte un minimo di serenità e tranquillizzare la mente sovraccarica diviene quindi una vera e propria necessità. Per farlo possiamo richiamarci all’approccio denominato Face Covid proposto dal dottor Russ Harris, stimato autore del libro “La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere”.

Innanzitutto Face Covid è l’acronimo creato per indicare le varie fasi a cui dobbiamo fare riferimento durante la nostra pratica. Step che sono stati implementati a partire dalla terapia dell’accettazione e dell’impegno conosciuta anche Acceptance and Commitment Therapy  (ACT). Nello specifico dobbiamo perciò mettere in atto nove azioni suggerite per allentare la pressione e lo stress a cui siamo sottoposti.

Iniziamo, dunque, dalla F di Face Covid che si riferisce alla necessità di focalizzarsi su ciò che è sotto il nostro diretto controllo distogliendo l’attenzione da tutto il resto. Una volta eseguito il cambio di focus diviene primaria la lettera A di Acknowledge ovvero riconoscere i pensieri e i sentimenti che stiamo sperimentando in quel momento.

Corpo e mente: un legame antico e indissolubile.

A questo punto dobbiamo passare alla C di Come back che ci suggerisce di tornare alle sensazioni fisiche, concrete legate al nostro corpo. Lo possiamo fare attraverso le pratiche di meditazione, la mindfulness, lo yoga o qualunque esercizio che ci aiuti a radicare la nostra energia e connetterci con il nostro centro, il nostro io profondo.

Immediatamente dopo dobbiamo proseguire il nostro percorso richiamandoci alla lettera E che rimanda al verbo Engage. In questo caso dobbiamo, quindi, impegnarci in qualsiasi cosa stiamo facendo. Per aiutarci in questo compito possiamo notare con attenzione gli elementi che contraddistinguono la stanza in cui siamo, ascoltare i suoni o le parole che sono attorno a noi, fermarci un istante e pensare attentamente all’attività che abbiamo di fronte.

Se ci accorgiamo di non trovare un significato particolare nelle mansioni di cui ci stiamo occupando allora è tempo di spostarsi, anche solo per poco, alla C di Committed Action. Questa fase ci stimola a interrogarci su ciò che ci sta a cuore nel profondo: ci sono azioni che possono fare la differenza in questo momento? Come possiamo fornire supporto a chi ci sta intorno? Cosa riteniamo più importante fare in questa situazione così complessa? È il momento di dedicarci a queste attività, piccole o grandi che siano.

Continuando il nostro viaggio arriviamo alla lettera O di Opening up ovvero lo step in cui ci apriamo al nostro sentire. Non c’è un’emozione giusta e una sbagliata. C’è uno spettro ampio di possibilità e sfumature che possono comprendere l’ansia, la paura, la tristezza, la vergogna, la colpa o ancora la rabbia solo per citarne alcune. Tutte hanno diritto di esserci. Quello che spetta a noi è riconoscerle per ciò che sono, cioè reazioni normali al disagio che stiamo vivendo. Lasciamo che questi sentimenti ci abitino senza negarli e trattiamo noi stessi con gentilezza e compassione. In questo senso può essere utile fare nostri i principi della self compassion che ci spinge a perdonare e ad amare noi stessi a dispetto di pregi, difetti o difficoltà.

Valori e risorse: riprendiamo in mano il quotidiano.

Il passaggio successivo è legato alla V, ai Values nel senso di valori. Ecco quindi che dobbiamo smettere di concentrarci sulle cose che in questo momento non possiamo raggiungere a causa di condizioni oggettive. Focalizziamoci piuttosto su quello in cui crediamo, su quegli assi che reputiamo imprescindibili per una vita degna di essere vissuta. In questa categoria rientrano ad esempio l’amore, il coraggio, la cura degli altri. A prescindere dalla realtà che sperimentiamo questi valori sono gli elementi fondanti della nostra identità e nessun evento esterno potrà mai toglierceli. Ne consegue che essi possono essere le chiavi da cui prendere energia, nuove motivazioni e ripartire agendo.

Verso la fine ci rimane la I di Identify. Questa ci chiede di identificare le nostre risorse che ci possono essere di aiuto per sostenere l’emergenza o il periodo di crisi. Potrebbe trattarsi di amici, dei familiari o dei numeri di assistenza sanitaria. La rete di cui disponiamo è a tal proposito una preziosa possibilità a cui ci possiamo ancorare. E se per caso fossimo in grado di fornire noi supporto a qualcuno allora è il momento di farsi avanti secondo le nostre possibilità e senza improvvisarsi se non ce la sentiamo.

Concludiamo l’approccio Face Covid con la D di disinfettare e mantenere le distanze che ci richiama alle norme igienico-sanitarie che tutti conosciamo e che è sempre bene tenere a mente. Dopotutto anche questi aspetti rientrano in quelle che possiamo inserire nella fase dedicata all’impegnarsi nelle azioni con intenzionalità. Principi utili per affrontare con più serenità le crisi che si palesano nel quotidiano.

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23/03/20 Blog

Aprirsi alla creatività per ritrovare il benessere.

La creatività fa parte di ogni persona. È un’abilità essenziale che tutti noi abbiamo al nostro interno e che se sviluppata ci può essere di aiuto non solo nella professione, ma nella vita di tutti i giorni. In quanto tale è, infatti, un talento che ci aiuta a superare ostacoli o problematiche anche attraverso l’individuazione di strade alternative. Vediamo insieme perché l’inventiva può essere una grande alleata.

Tutti noi possediamo una dose più o meno ampia di creatività. Nel tempo si sono affermate una serie incredibile di false credenze che hanno equiparato questa dote a un qualcosa a uso esclusivo dell’arte o delle personalità geniali. A ben guardare però non c’è mito più falso del presumere che la creatività sia un qualcosa a cui non siamo destinati per principio o che non sia necessaria nella nostra quotidianità. Anche la mente più razionale ha bisogno di appigli creativi e persino il lavoro più inquadrato al mondo può trarre beneficio dal pensiero creativo tipico dell’essere umano.

Sì, perché ogni persona può attingere a queste abilità e se anche sentisse di non averne può scegliere in qualunque momento di allenarla o di cambiare prospettiva in merito. A questo proposito di frequente chi crede di non essere creativo si sta focalizzando sulle domande sbagliate o sui preconcetti che ci hanno insegnato.

La creatività, infatti, è legata intrinsecamente alla nostra mente e riesce a esprimersi nelle forme o nelle circostanze più diverse. Tutte le volte in cui ci appare un ostacolo che ci sembra insormontabile o un problema troppo complicato e dopo vari tentativi giungiamo infine a una soluzione insperata o diversa dalle linee guida comuni, ecco che possiamo sostenere a ragione di aver incrociato la nostra inventiva.

La creatività? È per tutti, è di tutti.

Non occorre essere grandi artisti o celebrità di grido per dialogare con questa abilità sfuggente, ma così potente. Il pensiero creativo si relaziona con noi fin dagli albori dell’umanità. L’aspetto fondamentale da tenere in considerazione è che questo talento è indispensabile a tutti noi e che ci permette di incrementare la nostra efficacia personale e a volte anche la nostra produttività. Essere coinvolti nel processo creativo e allenarsi in quest’attività può portare notevoli benefici a ogni aspetto della nostra vita.

Per questo motivo è importante riuscire a connettersi con il nostro lato creativo portando alla luce i tesori nascosti a cui possiamo attingere. Destinare momenti a questa occupazione può condurre a molteplici effetti:

  • ci libera dai pensieri negativi e ripetitivi in cui rischiamo di perderci così assorbiti dalla routine o dallo stress;
  • rigenera le nostre energie mentali e non;
  • permette di rintracciare soluzioni alternative a cui non saremmo mai arrivati se avessimo continuato ostinatamente a percorrere strade già battute.

Perché ciò avvenga è però essenziale approcciarci al processo creativo con fiducia e senza aspettative.

Fare spazio alla creatività per ricaricarsi.

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Per riuscire a creare e a connetterci con la creatività dobbiamo farle spazio nella nostra esistenza. Richiamarci quindi alla nostra parte bambina e, come un piccolo giocoso esploratore, lasciare che il nostro cervello si diverta indagando le possibili alternative.

Possiamo aiutarci in questo compito svolgendo attività che paiono anche distantissime sul piano razionale dalle nostre abitudini o occupazioni lavorative e non. L’importante è fare qualcosa che amiamo e che ci dia piacere. Potrebbe essere la scrittura creativa, la pittura, un hobby particolare come l’uncinetto o uno sport in cui non eccelliamo, ma che ci diverte. Il gioco, l’assenza di gabbie rigide si traducono così in ossigeno per la nostra mente affaticata dall’ansia da prestazione, dalle aspettative, dalla ruminazione, dal critico interiore.

Mettere in pausa i soliti compiti, respirare, immergersi nel presente godendo di mansioni differenti  ci permette di interagire con il nostro io profondo. Quel breve, ma intenso momento che dedichiamo a lasciar vagare libera la nostra creatività smette dunque di apparirci come un’inutile perdita di tempo. Al contrario abbiamo l’occasione di guardare a quel periodo con occhi nuovi e scorgere le sue potenzialità. Non è più solo un bel passatempo: è una strategia efficace per ricaricare la nostra mente, per ripartire con nuove idee e azioni.


Ti è piaciuto l’articolo sulla creatività? Leggi anche Mindfulness pratica: azioni semplici per la consapevolezza.

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12/03/20 Blog

Mindfulness pratica: azioni semplici per la consapevolezza.

Praticare la mindfulness con costanza apporta una serie significativa di benefici a tutte le aree della nostra vita. Per iniziare a volte possono rivelarsi utili alcune semplici attività inserite nella nostra routine giornaliera. Ecco una serie di spunti da cui trarre ispirazione per arricchire le nostre giornate con consapevolezza.


Mindfulness ovvero “l’attenzione consapevole al momento presente”. Una parola dalle molteplici sfumature, un concetto che sebbene possa essere visto come astratto ha in realtà delle fondamenta molto concrete capaci di influenzare l’intera prospettiva personale.

Mai come ora se ne parla e se ne è parlato diffusamente: la mindfulness risulta infatti essere un vero e proprio trend a cui le persone fanno riferimento per ogni contesto. Giornali, articoli, social media trattano approfonditamente il tema. Nonostante questo in molti casi può sembrare di avere a che fare con qualcosa di troppo etereo e sfuggevole per riuscire a influenzare e modificare la nostra percezione del mondo.

Per sovvertire quest’immagine che non ci aiuta nella quotidianità può essere estremamente utile concentrarci sui risvolti pratici, sulle piccole grandi azioni che giorno dopo giorno entrano nella nostra routine facendo emergere la bellezza e il beneficio di questa tecnica.

Piccoli rituali che fanno la differenza.

Cominciamo il nostro viaggio nel lato pratico da una premessa: perché spostare il focus su piccole azioni che appaiono quasi banali? Il motivo è immediatamente chiaro se analizziamo le nostre esistenze. È mai bastata una singola lezione intensiva e massacrante di palestra per ritrovare la nostra forma ottimale?

Quando ci siamo appassionati a un nuovo sport siamo stati subito inseriti nel gruppo degli agonisti? O ancora da bambini nel nostro primo giorno di scuola abbiamo subito letto i grandi romanzi della letteratura russa? In questi e in molti altri casi la risposta è sempre giustamente un no. Abbiamo iniziato tutti con esercizi semplici, ripetitivi, ma facili da portare a termine alzando di volta in volta l’asticella dell’impegno e della soddisfazione legata ai nostri piccoli, grandi successi.

Allo stesso modo sarebbe impossibile, e alquanto controproducente, pensare di approcciare la mindfulness praticando fin da subito lunghe sessioni in cui cerchiamo di dimenticarci dei nostri pensieri e di dedicarci solo alla meditazione. L’unico risultato che otterremmo, se procedessimo così, sarebbe una dose elevata di insoddisfazione e frustrazione. Sensazioni queste che ci spingerebbero ben presto ad abbandonare gli esercizi senza vederne mai i benefici e il valore aggiunto.

Ecco quindi l’importanza di intraprendere questo percorso sperimentando piccole azioni. Semplici passi che un po’ alla volta ci avvicineranno a una maggiore consapevolezza di noi stessi, del nostro sentire e degli eventi che viviamo.

Sintonizzarsi sul presente con la mindfulness.

Le attività a cui possiamo far riferimento sono numerose e hanno in comune un elemento significativo: sono tutte ancorate profondamene al nostro quotidiano. Non è, dunque, necessario sbizzarrirsi alla ricerca di complicati supporti. Tutto quello che ci occorre è già nelle nostre vite perché le vere potenzialità della mindfulness sono connesse al cambio di prospettiva che inizieremo a fare nostro.

Il primo esercizio potrebbe dunque essere focalizzare l’attenzione sul respiro per 5 minuti consecutivi durante la nostra giornata. Il momento giusto varierà a seconda delle nostre routine: potrebbe essere ad esempio appena svegli o poco prima di addormentarci. In alternativa quando siamo in una stanza prendiamoci qualche minuto per soffermare la nostra attenzione su almeno 3 cose così da tornare presenti a noi stessi e a quella situazione. Non più presi dalle preoccupazioni né in balia del pilota automatico, ma attenti e ricettivi di fronte alla realtà.

Un’altra possibilità è impegnarsi ad assaporare i pasti con consapevolezza in una sorta di mindful eating. Silenziando o tenendo in borsa il cellulare, spegnendo la televisione ci concentreremo perciò sugli alimenti che abbiamo a disposizione e sull’attività stessa del mangiare senza distrazioni.

Altri spunti interessanti possono, infine, arrivare dalle attività che svolgiamo quotidianamente quasi in automatico. Ecco allora che lavare i piatti, riordinare una stanza o ancora fare le pulizie possono trasformarsi in momenti di meditazione. Basterà semplicemente scegliere di concentrarsi unicamente su quella singola azione senza preoccuparsi di cosa verrà dopo e senza cercare di farne al contempo altre mille. In quel preciso istante esistiamo noi, esiste quell’attività e null’altro: praticare la mindfulness vuol dire esattamente questo.


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05/03/20 Blog

Il benessere che passa dalla consapevolezza di sé.

Per ritrovare il nostro centro e raggiungere il benessere psicofisico è essenziale poter ripartire da noi, dalla nostra identità, da ciò che ci contraddistingue e ci fa battere il cuore. La consapevolezza e la percezione che abbiamo di noi stessi sono due elementi che possono fare una profonda differenza nel viaggio che è la nostra vita. Scopriamo perché e come avviare questo cambio di prospettiva anche con l’aiuto della mindfulness.


Ogni giorno siamo assorbiti dalle mille e più incombenze a cui siamo chiamati a rispondere. Gli imprevisti, le corse per il lavoro o per la gestione familiare, gli impegni da far combaciare. È così di frequente che ci sembra di essere travolti dagli eventi più che viverli, con l’immediata sensazione di essere così impegnati da essere saliti su una giostra. Una maratona che finisce per sfinire e per generare ansia senza che nemmeno ce ne accorgiamo. È questo il presente o il futuro che desideriamo vivere?

Cambiare prospettiva è non solo possibile, ma necessario nella misura in cui vogliamo riappropriarci del nostro tempo e della nostra vita.  Per farlo però occorre spostare il nostro focus dall’esterno all’interno verso noi stessi, verso il nostro centro. Non basta, infatti, sfoltire l’agenda se questo cambiamento non è accompagnato da un lavoro su noi stessi.

La consapevolezza che aiuta a fluire.

Può sembrare controintuitivo, ma per vedere gli effetti significativi di questo nuovo corso sulle azioni quotidiane dobbiamo dedicarci a recuperare un rapporto più intimo con noi stessi. Questo perché più del fare diventa essenziale focalizzarsi sull’essere, sulle sensazioni e sulle emozioni che ci abitano. 

Solo attraverso una profonda presa di consapevolezza della nostra identità e di ciò che ci muove potremo, dunque, modificare la nostra realtà. Una prospettiva innovativa questa che sarà in grado di influenzare il nostro quotidiano dando vita a un’esistenza che percepiremo come autentica perché più in linea con chi siamo davvero.

Chi siamo nel profondo? A ben vedere è questo il punto di partenza fondamentale. Il quesito che ci aiuta a illuminare le zone d’ombra mettendo in discussione dati, fatti o situazioni che davamo ormai per assodate e ineluttabili. Per rispondere a questa domanda dobbiamo mettere in pausa il vociare esterno, le aspettative che abbiamo appreso o a cui ci siamo adeguati, le corse impossibili a cui siamo abituati.

Ritmo, direzione e misura: il metro di giudizio siamo solo noi.

Rallentiamo e iniziamo a porci alcune domande: cosa sento? Cosa voglio? È un desiderio mio o in realtà è un qualcosa a cui sento di non voler prestare attenzione? A piccoli passi possiamo iniziare a ribaltare la nostra percezione sempre sovraccarica perché costantemente sintonizzata sul mondo esterno, sugli altri.  Al contrario passiamo del tempo in nostra compagnia, senza caricarci di nuove attività o rincorrere subito il prossimo traguardo. Viviamo il momento concentrandoci esattamente su quanto è di fronte a noi in quel preciso istante.

Siamo noi a stabilire la velocità a cui andare. Se sentiamo che ciò che viviamo non è in linea con il nostro io possiamo e dobbiamo variare la marcia, la rotta e gli obiettivi che ci siamo prefissati. Per non sentirci semplici spettatori insoddisfatti, senza capire il perché, è infatti fondamentale comprendere quali emozioni stiamo provando e cosa vogliamo davvero.

In questo lungo percorso ci può aiutare la mindfulness, in abbinamento alla meditazione o alla psicoterapia (qualora dovesse essere necessario). Queste tecniche si sono, infatti, dimostrate strumenti utili capaci di far entrare spicchi di presente nel nostro quotidiano. Seguendo il nostro ritmo e concentrandoci sull’istante che viviamo riusciremo da ultimo a connetterci con il nostro io più profondo. La via migliore per assecondare la nostra autenticità e imparare a non “subire” gli eventi, ma a viverli realmente.


 

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27/02/20 Blog

Digital detox: salute mentale e social media.

Tutti lo sostengono. Sembra quasi un dato di fatto, ma alla fine sono in pochi a conoscere la reale portata e influenza dei social network sulla nostra vita. Se è infatti vero che ciascuno di noi sa che un uso spropositato di questi strumenti può essere dannoso, in molti casi pensiamo che non sia un nostro problema e nemmeno ci accorgiamo di quanto è grande la fetta che dedichiamo loro. Per modificare le nostre abitudini partiamo dal vedere quali sono i benefici che possiamo trarre dal digital detox.


Ogni tanto il dubbio sorge e ci assilla per un momento: non starò passando troppo tempo sui social network? Quella che è una domanda legittima viene però di frequente allontanata in un batter d’occhio pensando che non sia in fin dei conti un grosso problema e soprattutto che non ci riguardi in prima persona.

È vero controllo il feed su Instagram, ma sono solo pochi minuti che sarà mai? Sì certo, mi sono collegata a Facebook ma era solo per vedere quella notifica che aspettavo con ansia. Sì durante la cena tengo il cellulare vicino, ma è solo perché se mi annoio gli do un’occhiata mentre mangio. E poi che faccio se qualcuno mi scrive o mette like al mio post, mica posso ignorarlo?

Ecco queste sono solo una parte delle infinite scuse che usiamo ogni giorno, nei contesti più diversi, per eliminare all’origine il dubbio di avere un problema di dipendenza da social media. Le nostre abitudini sono così radicate e a volte inconsce da spingerci a ignorare la questione figurarsi pensare di prendere delle contromisure. Eppure alla lunga agire lungo questo asse può essere deleterio per la nostra psiche.

Nonostante questa consapevolezza impegnarsi in un digital detox può sembrare complicato e inutile. Tutto cambia però quando ci soffermiamo non tanto sulla pratica in sé, ma sui vantaggi diretti che possiamo ricavare nella nostra routine.

Perché impegnarsi nel digital detox?

Photo by Mika Baumeister on Unsplash

Scegliere di scollegarci dal mondo dei social network per almeno 48 ore presenta numerosi benefici effettivi. Tra questi il primo e più significativo è la riduzione dello stress che possiamo sperimentare rimanendo offline. Questa è una conseguenza diretta del fatto che il nostro cervello può finalmente rallentare il ritmo senza essere costantemente subissato da informazioni, stimoli e richieste di interazioni.

Non saranno più i social media a dettare la velocità a cui attenersi. Saremo noi a scegliere se, quando e come agire o reagire. Ciò abbasserà, e di molto, anche i nostri livelli di ansia dati dalla pressione sociale e dai ritmi veloci imposti da questi canali di comunicazione.

Proseguendo, limitando o annullando il tempo che dedichiamo all’uso di questi strumenti riusciremo a proteggere la nostra autostima e a diminuire le percezioni negative che associamo a noi, al nostro corpo, alla nostra vita in generale. Questo perché le nostre giornate non saranno più scandite dal continuo confronto con gli altri. Un paragone che diventa sempre insostenibile e ingestibile, dal momento che sui social media ciò che si cerca di mostrare è la perfezione.

Nessuno pubblica foto o racconti di momenti negativi, di fallimenti o semplicemente di una giornata no. Quello che viene postato è sempre solo la versione più luminosa della vita e dell’autore. Sganciarci da questa visione, praticando il digital detox, è il modo migliore per darci tregua e per riconnetterci con la realtà fatta per tutti di mille sfaccettature sia positive che negative.

Scollegandoci per almeno 48 ore possiamo così arginare sia l’invidia sia il nostro critico interiore rendendogli sicuramente la sua azione negativa più complicata. Al tempo stesso il digital detox ci regala più tempo da dedicare a ciò che amiamo: relazioni, hobby, sport. Qualsiasi attività non connessa al digitale sarà di ulteriore aiuto e rafforzerà infine la nostra consapevolezza sull’importanza di un bilanciamento tra online e offline.


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18/02/20 Blog # , , , ,

Mindfulness e social media: e se facessimo un digital detox?

Ogni giorno siamo bombardati da milioni di informazioni e trascorriamo una fetta considerevole del nostro tempo su internet o sui social network. Nonostante i benefici che il digitale ha introdotto nella nostra quotidianità, nel corso del tempo sono emersi anche numerosi punti oscuri derivanti da questa full immersion non stop. E se fosse arrivato il momento di concederci un momento di vero relax lontano dagli affascinanti schermi? Scopriamo di più.


Cos’ha a che vedere la pratica della mindfulness con le nostre abitudini digitali? Dopotutto cosa cambia a conti fatti se passiamo tutte le pause con gli occhi sullo schermo del cellulare? È solo un momento, un modo per rilassarci, no? No, o meglio non se una buona parte delle nostre giornate sono scandite da queste attività e nemmeno se trascorriamo ore intere attaccati al feed di Instagram o scrollando la bacheca di Facebook.

Sembra paradossale, ma quello che in origine poteva anche essere nato per staccare la famosa spina dalle incombenze o dai problemi quotidiani ha inconsapevolmente aperto le porte ad altre difficoltà. La questione, infatti, non è tanto lo scagliarsi indistintamente contro qualsiasi innovazione e mezzo digitale. Al contrario tutto nasce dal comprendere che uso, se non abuso, facciamo di questi strumenti all’interno delle nostre giornate.

Social media: è tutto oro quel che luccica?

Photo by David Clode on Unsplash

La domanda di partenza dev’essere allora: che ruolo ricoprono internet in generale – e i social network in particolare – nella nostra vita? Assegniamo loro la giusta importanza senza dare loro un potere spropositato oppure no? Quanto tempo dedichiamo allo scrolling sui nostri smartphone o tablet? Riusciamo a stare almeno alcune ore senza cercare spasmodicamente la connessione?

Se la risposta è no facendo emergere un bisogno continuo e incessante verso i social media o internet possiamo esserne certi: abbiamo un problema di dipendenza e doppiamo correre ai ripari mettendo un freno. Sì, perché insieme ai vantaggi e i benefici introdotti dall’avvento di queste nuove tecnologie sono apparsi anche numerose ombre legate a un uso spropositato delle stesse. L’iperconnessione, le mille informazioni e gli stimoli diversi, il confronto costante a cui è costantemente sottoposto il nostro cervello alla lunga possono infatti arrecare danni seri al nostro benessere psichico.

Le conseguenze di questo stress continuativo possono essere rilevanti. Ecco così comparire una scarsa produttività unita a problemi legati al ciclo di sonno-veglia, per non parlare dell’aumento dei livelli di ansia e dell’insorgenza o dell’aggravamento di stati depressivi. Questi ultimi in particolare sembrano essere direttamente correlati al continuo confronto con vite patinate ed edulcorate da ogni aspetto di realtà.

Staccare la spina per connettersi con il sé.

Cosa fare quindi per invertire la rotta e riappropriarsi non solo del tempo perso, ma anche della nostra salute mentale? La soluzione è prendere le distanze attraverso un digital detox: non eseguire l’accesso né sostare sui social network per almeno 48 ore.

Può sembrare una proposta forte e in parte lo è, ma attraverso questa strategia possiamo riacquistare potere sul nostro tempo e sulla nostra vita. Una boccata d’aria fresca per la nostra psiche che può finalmente rilassarsi scendendo dalla giostra frenetica che sono i social media. Un modo per rallentare il ritmo vivendo più a contatto con la realtà e con il momento presente.

Scollegarci per almeno 48 ore dalla nostra esistenza digitale ci aiuta ad assaporare maggiormente ciò che viviamo offline senza la pressione sociale che vige all’interno della rete. Per un po’ abbiamo la possibilità di dimenticarci della nostra controparte digitale e ci possiamo concentrare su quel che conta davvero: la nostra realtà, le nostre amicizie e relazioni concrete.

Spostiamo, quindi, il focus dalle continue illusioni che ci vengono mostrate e ci impegniamo a porre i giusti confini. In questo modo creiamo l’occasione giusta per ridefinire i contorni di ciò che viviamo e per riconnetterci con il nostro centro annullando le distorsioni cognitive.

Lontani dal giudizio e dall’occhio indagatore del web, senza dover per forza mostrarci a tutti i costi o paragonare il nostro essere con le immagini stupende pubblicate, riscopriamo infine noi stessi e la potenza del reale. Ecco perché impegnarci in un digital detox,  oltre a migliorare la nostra salute mentale, può essere visto come parte integrante di un processo di mindfulness pratica.


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07/02/20 Blog

Depressione e mindfulness: ritrovare il filo della speranza.

La depressione toglie energie psicofisiche fondamentali debilitando la persona che ne soffre e spingendola a intraprendere un percorso verso il basso. Una strada che si nutre di pensieri negativi, ruminazione, vergogna: lentamente scompaiono la motivazione, i desideri e il focus che permettono all’individuo di agire. Una sensazione di ineluttabilità della condizione in cui la speranza è stata sostituita da un malessere diffuso. La mindfulness, in abbinamento alla psicoterapia, può essere di grande aiuto nel ribaltamento di questa percezione. Scopriamo di più.

Nell’immaginario comune chi soffre di depressione è di solito una persona molto triste che si individua facilmente a causa delle sue espressioni cupe e negative. In realtà il vero volto della psicopatologia è più sfaccettato di una macchietta da fumetto con in testa una nuvola grigia di pioggia.

Sebbene la tristezza sia uno dei sintomi che emergono con forza quando affrontiamo questo disturbo della psiche, essa non è di certo l’unico né il tratto fondamentale. La depressione si compone di molteplici elementi e sono proprio questi a rendere questa malattia ancora più invalidante. Le aree colpite possono essere diverse: dalla memoria ai vissuti emotivi, passando per le abilità cognitive e il comportamento. In tutti questi ambiti si possono riscontrare difficoltà che tendono a creare un circolo vizioso difficile da interrompere.

Apatia, angoscia, disperazione si sommano infatti a una sensazione diffusa che porta a vedere la propria situazione negativa come permanente e ineluttabile. A tutto ciò si aggiunge la difficoltà a concentrarsi o a farsi carico di una decisione, l’assenza di speranza, la ruminazione mentale, la perdita dell’autostima e l’impossibilità di riconoscere il valore della propria persona, il pensiero catastrofico o quello pessimista. Fattori questi che tendono poi a riflettersi sul comportamento stesso portando perciò a scegliere di isolarsi, a evitare gli altri finanche alla passività e al tentativo di suicidio.

Aprire spiragli di luce.

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Non è semplice tristezza o, meglio, non è solo quell’emozione a rendere difficile il vivere. E a nulla valgono gli sforzi fatti da amici, familiari e partner con l’obiettivo di “risollevare” la persona che sta male. Se i sintomi sono persistenti e arrivano a essere invalidanti, influendo e condizionando le scelte o le azioni dell’individuo, è necessario affidarsi agli esperti e alle strategie che nel corso del tempo hanno dimostrato un’efficacia considerevole. Per quanto il bene e l’amore provato per quella persona siano alla base delle considerazioni occorrono, infatti, strumenti capaci di entrare nel profondo della psiche e da lì aiutare la persona a intraprendere una lenta risalita.

La mindfulness e la psicoterapia, unitamente se necessario ai farmaci deputati, possono intervenire proprio in questi casi. Attraverso tecniche quali la meditazione guidata, la respirazione, la compassion o ancora le visualizzazioni, in abbinamento a sedute dedicate alla riscoperta di noi stessi e all’elaborazione di quanto vissuto sarà possibile iniziare volta dopo volta a mettere un freno significativo alla deriva in cui sentiamo di trovarci.

Il primo passo inizia da noi.

In tutti i casi, di qualunque tipo sia il malessere psicofisico sperimentato, è essenziale che il cambiamento parta da noi. Il primo, e fondamentale, passo da compiere è riconoscere. Riconoscere di star affrontando un problema che non è un semplice momento di tristezza passeggera, ma qualcosa di più profondo che merita cure, attenzioni e considerazione. Nessuno può svolgere questa parte al posto nostro.

Per quanto siano buoni i consigli dei parenti, per quanto sia forte il sostegno degli amici e per quanto grande sia l’amore del partner dobbiamo essere noi a occuparci della difficoltà. Lo faremo innanzitutto chiamandola per nome, depressione, e intraprendendo il percorso migliore per ciò che sentiamo.

Con l’aiuto di uno psicoterapeuta, con strumenti mirati quali la mindfulness, avremo la possibilità di indagare le origini della problematica. Addentrandoci nel profondo, conoscendoci e dandoci le giuste attenzioni inizieremo così a sovvertire la nostra prospettiva e a far fluire nuovamente la speranza all’interno delle nostre giornate.

 

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30/01/20 Blog

Accogliere i momenti felici con gratitudine e mindfulness.

Allenare la gratitudine attraverso una pratica quotidiana è la via migliore per sperimentare un reale cambio di prospettiva e vivere con consapevolezza il momento presente. Una percezione più aperta e positiva delle nostre giornate che ha effetti benefici sul nostro benessere psicofisico. Conosciamo più da vicino questo approccio.


Abbiamo già parlato dell’importanza della gratitudine nella vita di tutti i giorni, come puoi leggere qui. Riscoprire questa determinata prospettiva richiede tempo e volontà. Dopotutto è molto più semplice farsi catturare dalle incombenze quotidiane e dalle percezioni diffuse che pensare a qualcosa di impalpabile come l’essere grati.

Eppure, nonostante tutto, la gratitudine può essere riscoperta e allenata impegnandoci di volta in volta a cercare questa minuscola gemma in ciò che viviamo. È una scelta che possiamo compiere trasportati dal non volerci accontentare dello status quo e dal desiderio di voler vivere e approcciare il mondo con un altro spirito. Un’apertura che influirà sul nostro intero mindset e che avrà, da subito, un impatto forte sulle nostre sensazioni ed emozioni.

La gratitudine? Una qualità da esercitare.

Photo by Pro Church Media on Unsplash

Come si allena la gratitudine? La domanda appare spontanea: non si tratta, infatti, di un muscolo da rafforzare attraverso lo sport. Sebbene questo sia vero, rimane un fatto altrettanto innegabile. La capacità di vedere il lato positivo della realtà, di riconoscere il buono che è nelle nostre vite e di ringraziare per quanto ricevuto, ottenuto e vissuto è un talento nel senso più ampio del termine. Un’attitudine che possiamo fortificare e potenziare per mezzo della pratica quotidiana.

È un po’ come quando si impara ad analizzare un quadro, all’inizio non si è abituati a cogliere determinati dettagli, stili o riferimenti subliminali a culture o contesti più profondi.  I tratti sembrano tutti uguali e guardiamo l’opera d’arte senza apprezzarla realmente, ma semplicemente interagendo superficialmente. È solo con l’esercizio e un’interazione più stretta con essa che possiamo conoscerla intimamente e a individuare il valore aggiunto che può costituire per noi. Con concentrazione, dedizione e passando attraverso molti esempi si arriva infine ad affinare quello che potrebbe essere rinominato il “senso”, l’occhio artistico.

In maniera similare al processo appena descritto possiamo insegnare alla nostra mente a notare ed enfatizzare gli aspetti positivi che riempiono la nostra vita. Spostando il nostro focus ridimensioneremo il negativo togliendogli l’incredibile potere che può esercitare sulla nostra psiche. Per farlo dobbiamo impegnarci a ricercare attivamente il bello e il buono che costellano le nostre giornate ovvero tutti quegli elementi, piccoli o grandi che siano, che possono farci sentire grati.

Gratitudine e momento presente: i tre sì.

Una delle prime pratiche che possiamo sperimentare per far entrare la gratitudine nella nostra vita è individuare e scrivere almeno tre motivi per cui siamo realmente grati. Ogni giorno possiamo, quindi, ritagliarci un momento da dedicare a questa attività.

Non devono per forza essere motivazioni enormi; possono essere cose, oggetti, eventi, incontri, istanti di qualsiasi genere. L’acquisto di quell’orologio che ci piace, l’incontro casuale con un amico che non vedevamo da tempo, l’essersi svegliati pieni di energia, un invito inaspettato, un gesto gentile da parte di uno sconosciuto o di un collega.

I motivi di gratitudine possono essere i più diversi. Quel che conta davvero sopra ogni altro aspetto è ricercarli con costanza, se possibile ogni giorno e sforzarsi di trovarne almeno tre anche se la giornata appare complicata o terribile. Tre momenti sì – piccoli o grandi – ogni giorno, tutti i giorni: questa è la strategia migliore per accogliere nella nostra vita una prospettiva differente. Una percezione di ciò che ci circonda più aperta e positiva che porta respiro e sollievo alla nostra mente non più appesantita o occupata dal rimuginio continuo su ciò che non ha funzionato. E proseguendo con questa pratica diverrà sempre più semplice vivere spostare il focus, vivere il momento presente con più leggerezza assaporando la bellezza che ci circonda.


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23/01/20 Blog

Un viaggio al centro dell’autostima.

 

Sentirsi inadeguati, costantemente fuori posto. Fare paragoni impossibili e uscirne sempre sconfitti. Suona familiare? Potrebbe essere colpa della sindrome del brutto anatroccolo, condizione più comune e diffusa di quel che si tenda a immaginare. Vediamo di che si tratta e perché è il momento di recuperare autenticità e autostima affermando il nostro giusto valore.

La storia del brutto anatroccolo che adulto, dopo una serie di peripezie e disconferme, si riconosce da ultimo in un magnifico cigno è ormai fin troppo nota. Quella che si tende a vedere come una favola, che rivaluta l’adeguatezza di un individuo sulla base di canoni differenti e più affini a lui, è stata utilizzata negli anni con gli esiti più diversi.

Uno di questi è servito agli esperti per definire quella che tecnicamente viene classificata come “sindrome del brutto anatroccolo”. Chi sperimenta questa condizione si sente fuori posto, ridicolizzato dalla realtà, inadeguato rispetto agli standard. La persona col passare del tempo, guardando ai diversi eventi, tenderà a enfatizzare esclusivamente quei momenti negativi che verranno vissuti come ulteriore dimostrazione della sua inadeguatezza, del suo essere perdente, del suo fallimento.

In molti casi potrebbe arrivare a isolarsi, a non voler mettersi in gioco per paura del giudizio degli altri con una conseguente perdita significativa di occasioni e/o di relazioni sociali. Proseguendo sulla base di quelle circostanze negative – che a suo parere sono la prova inconfutabile del suo essere il “brutto anatroccolo” per eccellenza – potrebbe persino iniziare a convincersi di non meritare il bene, la fiducia, la stima o l’amore delle persone che lo circondano.

Photo by Jenny Hill on Unsplash

“Ci saranno altre occasioni. Nulla è perduto per sempre. Credi e agisci; quel che è stato è stato, tu vali a prescindere.”

Andare oltre il brutto anatroccolo.

Ribaltare la prospettiva distorta richiede un accurato lavoro volto a scardinare quelle convinzioni limitanti. Lo scopo ultimo è, infatti, sostituire l’immagine falsata in negativo che risiede da tempo nella mente con una più luminosa e potente. Un nuovo riflesso che restituisca all’individuo tutta la sua bellezza, il suo valore e le sue potenzialità uniche in quanto esclusivamente sue. Per farlo occorre impegnarsi con dedizione, anche attraverso la psicoterapia, la self-compassion o altri esercizi pratici, per recuperare il centro di se stessi.

Sì, perché se è vero che la favola del brutto anatroccolo ha il pregio di portare un’ondata di positività che investe di nuova luce il protagonista ormai cigno vi è comunque un rischio insito in questa lettura.

La possibilità, non così ipotetica né inverosimile, che i criteri di riferimento sulla base di cui appurare il nostro valore passino da un gruppo a un altro similare, che il giudizio e gli standard da tenere in considerazione siano solamente prestati da una persona a un’altra.

Nella pratica è come se nonostante tutto dovessimo comunque girovagare in attesa del benestare e della valutazione esterna di qualcun altro che arbitrariamente avrebbe potere di decisione sulla nostra identità. Qualcuno che sulla base di suoi standard o attestazioni è impegnato a dire “Sì sei conforme a ciò che penso o a quello che ho imposto come canone; no, oggi non sei più dei nostri”. Non quindi un’affermazione solida e potente della nostra autostima, ma un semplice passaggio di consegne che ci renderebbe ancora una volta fragili e in balia delle opinioni esterne.

Un’eventualità che non deve essere in alcun modo sottovalutata in quanto il ribaltamento sperato potrebbe infine rivelarsi effimero e controproducente. Una sorta di tregua momentanea destinata a gettarci nuovamente nella disperazione più nera qualora non dovessimo più corrispondere totalmente a quel canone. Parametro che, in ogni caso, non potrà mai essere del tutto nostro perché “altro” da noi.

L’autenticità che fa risplendere.

Se al contrario impariamo a riconoscere il nostro valore e la nostra unicità partendo dalla nostra interiorità, allora, potremo attingere a una fiamma sempre accesa che può illuminare il nostro cammino presente e futuro.

Intraprendere il nostro viaggio per sviluppare una buona autostima dal nostro io più intimo e vero ci fornisce l’occasione unica di portare a galla la nostra autenticità. Quel qualcosa di speciale che nessuno può sottrarci, né minare, perché solamente e totalmente nostro. Non un elemento posticcio, che cerca di imitare uno standard o un parametro esterno, ma un fattore chiave che ci accompagna e ci sostiene durante tutta lo nostra esistenza. Il segreto per affrontare con energia le difficoltà quotidiane.

Ci saranno sicuramente ancora cadute, sbagli e rimpianti, ma non perderemo di vista la speranza, l’unica che ci permette di guardare con positività alla vita perché ci sussurra: “Ci saranno altre occasioni. Nulla è perduto per sempre. Credi e agisci; quel che è stato è stato, tu vali a prescindere.”


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