30/11/20 Blog # , , , ,

Covid e Meditazione: la pratica oltre i falsi miti mindfulness

La meditazione e la mindfulness sono due alleati preziosi nella vita di tutti i giorni. Se questo è valido in generale ora con la presenza del Covid e le limitazioni imposte dal lockdown diventa ancora più vero. Il nostro benessere psicofisico è infatti messo a dura prova dalla situazione stressante che stiamo vivendo a ogni livello, privato e collettivo. A volte possiamo essere frenati dal praticare e dallo sperimentare a causa di alcuni preconcetti. Indagare i falsi miti mindfulness ci offre la possibilità di ribaltare la prospettiva.


L’anno che stiamo vivendo sta influendo sulle abitudini e sull’equilibrio psicofisico di tutti. Motivo per cui le persone stanno scoprendo o riscoprendo i benefici collegati alla mindfulness e alla meditazione provando a farli propri nella vita di ogni giorno. Il coronavirus e di riflesso il lockdown stanno infatti agendo su molteplici livelli sia individuali che di gruppo portando all’emergere di problematiche psicologiche. Non è un caso quindi che adulti e bambini mostrino malesseri collegati all’ansia, al panico o persino alla depressione.

Per cercare di ritrovare equilibrio può quindi essere utile sperimentare le pratiche di mindfulness e meditazione. Uno scoglio che può presentarsi in questi casi è dato dai preconcetti che potremmo avere al riguardo. Falsi miti mindfulness che rischiano di allontanarci dal ricercare questi cambiamenti così benefici.

Ognuno di noi, nel tempo, ha raccolto alcune informazioni che si sono poi combinate con le difficoltà e le emozioni che abbiamo incontrato lungo il percorso. È così che, nonostante l’interesso verso questa tematica, potremmo trovarci spaesati nel metterla in pratica. Le obiezioni più comuni ci aiutano però a fare luce sui meccanismi e a ribaltare la prospettiva.

Quei falsi miti mindfulness che ci frenano.

  1. Meditare è complicato e solo i grandi studiosi ci riescono.

La mindfulness e la meditazione possono apparire complessi, ma questo è dovuto innanzitutto alla prospettiva con cui ci approcciamo a queste pratiche. È vero occorre allenamento. Il punto fondamentale che ci aiuta è mettere da parte le nostre aspettative e semplicemente vivere il momento senza farci pressione e senza fare paragoni. Stiamo nel qui e ora della nostra pratica meditativa e osserviamo quel che succede senza giudizio.

  1. La mindfulness è una filosofia astratta che non ha a che vedere con quello che faccio ogni giorno.

Questo preconcetto ci assilla perché cerchiamo di tenere separate le nostre attività come se fossero dei compartimenti stagni. Vivere con consapevolezza e attenzione il presente vuol dire invece assaporare, sperimentare ogni istante della nostra routine anche il più piccolo. Dal fare il bucato all’andare a fare la spesa, dal camminare al respirare, passando per il mangiare o il bere il caffè nella pausa di lavoro: ogni evento può essere mindful se scegliamo di viverlo con intenzione.

  1. Non ho tempo per meditare, sono sempre di corsa e le pratiche sono troppo impegnative.

Alcune possibilità sono in effetti lunghe e articolate, pensiamo ad esempio al body scan però non è necessario iniziare subito quelle pratiche e non è detto che debbano essere messe in atto sempre. Dopotutto, chi inizia a correre lanciandosi subito in una maratona? O chi partecipa a una maratona ogni giorno della sua vita? Quello che dobbiamo ricordare è che la mindfulness è fluida e adattabile alla nostra esperienza. Il portare attenzione, il vivere con consapevolezza il momento è sempre correlato al nostro corpo. Di volta in volta allora possiamo valutare l’azione e l’interazione che sentiamo più congeniale per il nostro benessere emotivo e psicofisico.

Partiamo dal piccolo, dal facile, dalla vita di tutti i giorni.

Dai falsi miti mindfulness allora possiamo derivare una prospettiva differente e ricollegarsi a essa per delineare le nostre personali linee guida. Se vogliamo integrare la mindfulness, la meditazione o la respirazione consapevole nel nostro quotidiano possiamo perciò agire partendo da noi stessi.

Iniziamo con azioni semplici, piccole, pratiche: ritagliamoci 5 minuti la sera o la mattina per meditare, scegliamo di fare un pasto consapevole. Proviamo a concentrarci sull’attività che stiamo svolgendo in quel momento di qualunque genere si tratti. Posiamo e stacchiamo il cellulare per il nostro quarto d’ora mindful o scegliamo di dialogare con chi ci è vicino al posto di continuare a guardare il feed social.

Le possibilità sono infinite, la scelta è nostra. 3 minuti di respirazione, 5 minuti di silenzio senza la televisione , 2 minuti a osservare un oggetto. L’essenziale è che sia una azione fatta con intenzione.


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23/11/20 Blog # , , , ,

Conoscenza e accettazione: come la mindfulness supporta l’autostima.

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Una delle componenti più importanti per il nostro benessere psicofisico è avere una buona autostima. Non dobbiamo confondere la giusta stima di sé con l’arroganza o l’essere molto incentrati sui propri bisogni. Al contrario quando parliamo di autostima ci riferiamo a quella fiducia in noi stessi che ci permette di assegnarci il giusto valore senza screditare gli altri né svalutare noi stessi. Nel lungo percorso che porta alla costruzione o all’incremento di questo aspetto prezioso, possiamo utilizzare la mindfulness a nostro vantaggio.

Questa possibilità può stupirci. Dopotutto all’apparenza il connettersi con il presente e il darsi il giusto valore sembrano non avere nulla in comune. A ben vedere possiamo invece ricavare consigli e strumenti utili dalla mindfulness. Come può avvenire questo delicato processo? La meditazione, il tornare al proprio centro e il vivere nel qui e ora con consapevolezza permettono di approfondire due aspetti complementari alla stima di sé. In questo senso ci riferiamo alla conoscenza di noi stessi e dei nostri desideri da un lato, all’accettare e abbracciare il nostro io dall’altro.

Fare spazio al nostro sé: la mindfulness e l’autostima.

Nella pratica il benessere è strettamente collegato al riacquisire una maggiore consapevolezza di noi stessi e del tempo in cui siamo immersi. Seguendo la mindfulness noi impariamo, giorno dopo giorno, ad agire disinnescando il pilota automatico. Iniziamo a interrogarci in profondità su ciò che stiamo vivendo e sulle nostre emozioni. Non siamo più semplicemente travolti o sospinti dalla routine, ma rallentiamo e ci focalizziamo su ogni singola attività o sentimento.

Questo piccolo, ma potente cambio di passo ci apre al presente e alla conoscenza di noi stessi. Non subiamo più le possibilità e ci fermiamo a osservare semplicemente ciò che accade. Ci ritagliamo il nostro spazio di quiete e ci addentriamo nel nostro giardino interiore. Ci soffermiamo con consapevolezza sul qui e ora portando la nostra attenzione alla nostra persona, ringraziandoci del tempo che ci permettiamo di vivere. In breve, è come se attraverso la mindfulness interrompessimo per un istante il logorio continuo della quotidianità e ci dessimo il permesso di sentire in profondità.

È da questa trasformazione del nostro rapporto con la realtà che possiamo intravedere i benefici per la nostra autostima. Diventiamo improvvisamente liberi di darci tempo e spazio per interrogarci, per scoprire cosa desidera e avverte il nostro cuore.

La quiete e l’accettazione che aiutano nel quotidiano.

Ci riallineiamo al nostro sentire che è una percezione concreta, connessa al corpo. Smettiamo di vivere solo nella nostra mente, rimuginando o riflettendo in maniera ripetitiva sui nostri pensieri. Agendo in questo modo, connettendoci con il nostro corpo allora ci apriamo al cambiamento e acquisiamo una nuova e più profonda conoscenza di noi stessi. Uno dei tasselli essenziali per impegnarci a essere davvero chi desideriamo e di conseguenza la prima possibilità per migliorare l’autostima.

La mindfulness però non ci apre solo all’auto-conoscenza. No, al contrario ci insegna un altro meccanismo fondamentale per la stima del sé. Una parte strategica della pratica è infatti connessa all’accettarsi, all’abbracciare noi stessi in maniera totale. Pregi e difetti, successi e cadute, errori o rimpianti: abbracciamo ogni nostra parte con compassione.

Lasciamo andare il giudizio e il passato per accogliere il presente con consapevolezza. A ogni passo che compiamo lungo questo percorso entriamo più a contatto con il nostro vero io. Grazie alla self-compassion e alla mindfulness possiamo così migliorare la nostra autostima.


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14/11/20 Blog

Consapevolezza e mindful eating nel quotidiano.

Vivere la mindfulness non è un qualcosa di completamente separato dalle nostre abitudini quotidiane. Al contrario la pratica manifesta benefici ancora più grandi se scegliamo di inserire questi momenti nella vita di tutti i giorni e in ogni attività, anche la più piccola. Una testimonianza potente di questa prospettiva la ritroviamo nella mindful eating. Ma cosa vuol dire nel concreto mangiare con consapevolezza? Scopriamolo insieme

 


Abbiamo già parlato dell’approccio mindful eating e delle implicazioni della consapevolezza durante i pasti. Come puoi vedere in questo articolo, quando parliamo della pratica il focus ricade sull’attenzione che dedichiamo alla singola attività. Se a livello concettuale il tema appare chiaro, quasi banale nella sua semplicità, nella vita di tutti giorni come possiamo applicarlo effettivamente?

Il punto di partenza alla base della domanda è il desiderio di riscoprire nel quotidiano e a livello concreto la possibilità di vivere il momento presente. Una nuova prospettiva che mira a coinvolgere anche l’alimentazione e le fasi dedicate ai pasti. È così che la mindful eating diviene lo strumento per rappropriarsi del proprio tempo e di quegli aspetti che di frequente gestiamo con il pilota automatico.

In questo percorso di riscoperta ci accompagnano e ci sostengono i 5 sensi e il nostro corpo. Troppo spesso tendiamo a dimenticarci di queste connessioni e siamo portati a pensare che entrambi questi fattori siano solo dei mezzi. Tornare al nostro centro e mettere l’esperienza corporea in primo piano ci può quindi ricondurre al fare con consapevolezza. All’essere che abbiamo imparato a limitare e ignorare.

Quando parliamo di mindful eating la connessione naturale che dobbiamo instaurare è con il nostro corpo. Mangiare con consapevolezza vuol dire infatti innanzitutto sintonizzarsi con il nostro essere fisico e portare l’attenzione a ogni processo. Per farlo e perché questa dinamica sia davvero efficace occorre che diventiamo sempre più consapevoli dei nostri 5 sensi. Sono questi ultime le porte che ci permettono di raggiungere le nostre sensazioni, allontanare la mente dal continuo logorio quotidiano e rientrare in contatto con il presente. Il qui e ora che è l’unico momento di cui dobbiamo occuparci nel concreto.

Photo by Callum Shaw on Unsplash

Il tuo momento mindful eating: a tu per tu con i 5 sensi.

Sembra impossibile, perché ormai non ci facciamo più caso, ma in ogni pasto sono coinvolti o possono esserlo tutti e 5 i sensi. Non solo il gusto e al massimo l’olfatto come spesso ci capita di immaginare. Quando scegliamo di praticare la mindful eating allora dobbiamo darci l’opportunità di concentrarci su ogni singolo stimolo sensoriale. Ecco allora che quando ci dedichiamo a questa attività iniziamo a osservare in tranquillità l’alimento che abbiamo di fronte: che aspetto ha? Senza giudizio e senza descrivere la nostra reazione a ciò che vediamo, cerchiamo di raccontarci come appare in maniera obiettiva. Semplicemente come è. Poi proseguiamo con il tatto, tocchiamo il cibo e pensiamo come lo avvertiamo. È soffice? È solido?

A seguire concentriamoci sull’udito. Quando lo tocchiamo o quando la forchetta si avvicina emette suoni? Succede qualcosa che ci colpisce? Ora è il momento dell’olfatto. Annusiamo l’alimento e l’aria intorno a noi. Notiamo qualcosa a cui non avevamo fatto caso in precedenza? Da ultimo portiamo la pietanza alla bocca, assaggiamolo e con movimenti lenti gustiamoci ogni attimo. Che sapore ha? Presenta un retrogusto? È morbido? Prendiamoci tutto il nostro tempo. Non esiste nient’altro che questo momento e noi lo stiamo vivendo in profondità. Ci dedicheremo dopo ad altre mille attività, ora è solo per noi e la nostra pratica di mindful eating.

Da queste semplici considerazioni appare subito chiaro quanto in realtà porre consapevolezza possa essere visto come una derivazione naturale delle attività che svolgiamo ogni giorno. Non è una filosofia astratta, fredda o distante da noi. Lo stesso pasto può tornare a essere un pasto consapevole se lo desideriamo e ci impegniamo dedicando la massima cura a questi momenti di vita. Mangiare consapevolmente è quindi infine la via ideale per ritrovare la serenità quotidiana che abbiamo via via dimenticato.


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28/10/20 Blog # , , , , , , ,

Mindful eating: anche mangiare richiede consapevolezza.

Parliamo spesso dell’importanza di porre attenzione alle semplici attività di ogni giorno. C’è però un aspetto che viene di frequente sottovalutato: come e in che modo mangiamo? Quanta consapevolezza abbiamo dei momenti dedicati al nostro nutrimento? L’approccio mindful eating vuol proprio aiutarci a notare le potenzialità di questi gesti innati, naturali e trascurati nella nostra società. Scopriamo di più.


Tra un lavoro e un altro, di corsa mentre andiamo a prendere i bambini o dobbiamo raggiungere un appuntamento. Davanti al pc scrivendo un’email o magari la sera di fronte alla televisione o ancora al ristorante mentre rispondiamo al cellullare. Queste sono solo alcune delle situazioni tipiche in cui troppo spesso ci ritroviamo a mangiare di fretta e senza attenzione. Sebbene siano azioni talmente piccole da apparire insignificanti, questi momenti in cui la nostra concentrazione si divide su mille fronti possono essere deleteri per il nostro benessere.

Non solo è importante nutrirsi con costanza, varietà e in modo salutare ma è altrettanto essenziale farlo con cura e con consapevolezza. Alla base di questa esigenza vi sono implicazioni fisiche e psicologiche che possono influire notevolmente anche sul resto della nostra routine. Scegliere di mangiare dandosi il giusto tempo e concentrandosi sulle sensazioni può infatti essere un altro modo di prendersi cura di se stessi. Ecco perché di frequente al giorno d’oggi parliamo di mindful eating.

La mindful eating e il quotidiano: il qui e ora nel piatto.

Partiamo dal definire cos’è e cosa non è la mindful eating. Innanzitutto possiamo affermare che questa è una pratica di consapevolezza che mira a fare luce sul nostro approccio al momento presente e all’atto del nutrirsi. Quello che ricerchiamo quindi è il poter vivere e assaporare ogni istante, ogni aspetto del piatto o dello snack che abbiamo di fronte. Senza fretta, senza ansia, ma con la mente ben centrata su ciò che abbiamo di fronte. Lasciamo da parte i giudizi, i dovrei o non dovrei, i pensieri intrusivi o ossessivi, i mille impegni che dobbiamo portare a termine. Per quelli, se vorremo, ci sarà tempo più tardi. Ora è il momento di mangiare presenti a quello che stiamo mangiando.

Non stiamo semplicemente introducendo cibo a caso per poter reggere le nostre giornate estenuanti. No, noi ci stiamo prendendo cura di noi stessi e lo facciamo con la massima attenzione. Mettiamo via il cellulare, spegniamo o ci allontaniamo dal computer, dalla televisione, da qualsiasi attività che ci può distogliere da quello che stiamo vivendo. Ci imponiamo di fermarci e, come per gli antichi, ritroviamo una certa sacralità degli istanti dedicati al mangiare.

Nutrirsi è un atto potente di condivisione, di cura. Un istante in cui possiamo davvero sperimentare la magia dell’essere qui e ora di cui tanto abbiamo detto parlando di mindfulness. La mindful eating è proprio questo: è uno degli esercizi che più ci permettono all’atto pratico di toccare con mano la riappropriazione del presente.

L’equilibrio che fa bene al cuore e al corpo.

Al tempo stesso possiamo affermare con forza cosa non è. Mangiare con consapevolezza non è una nuova dieta o un piano alimentare alternativo con l’obiettivo di perdere peso. Non è boicottare tutti i cibi che ci piacciono. Al contrario la mindful eating si compone di equilibrio e compassione, promuove l’accettazione totale del nostro corpo e dei nostri bisogni eliminando ogni forma di giudizio.

Corpo e mente sono legati in profondità così come il nutrirsi e la nostra emotività. Nella nostra società abbiamo dimenticato questa connessione e di frequente tendiamo a compensare alcune emozioni con altri surrogati più facilmente reperibili. Noia, tristezza, rabbia, rifiuto o abbandono divengono dunque le cause scatenanti per la nostra fame emotiva. Scegliere di praticare la mindful eating aiuta a spezzare questo legame e a ritrovare un rapporto più equilibrato con l’alimentazione.

Il primo e più prezioso punto da cui partire allora siamo noi. Fermiamoci e osserviamo la nostra interiorità e quel legame invisibile che unisce corpo, mente, cuore. Chiediamoci:

Photo by Ulvi Safari on Unsplash

  • Ho davvero fame?

  • È questo ciò che il mio corpo desidera?

  • E se sì, è proprio quel particolare alimento che mi sta chiamando?

Fatto questo ritagliamoci il nostro tempo, chiudiamo la porta a tutto il resto come se mettessimo un cartello fuori dalla nostra stanza. Non disturbare, mi sto prendendo cura di me. Sono a un appuntamento galante con il mio benessere.


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12/09/20 Blog

Genitori, ragazzi e scuola: affrontare l’ansia dei nuovi inizi.

Come ogni anno settembre ritorna con il suo carico di aspettative, ansie e impegni da incastrare. Una situazione comune a tutti, ma che è ancora più stressante per chi da genitore si trova a doversi confrontare con il nuovo anno scolastico. Se poi a tutto questo uniamo le conseguenze particolari lasciate dal Coronavirus è facilmente intuibile come questo periodo possa mettere alla prova il benessere di ciascuno. Scopriamo come supportarci in questa nuova normalità.


Il periodo stressante che abbiamo vissuto e stiamo vivendo ha lasciato profondi contraccolpi emotivi su tutti noi. Possiamo non esserne del tutto consapevoli, ma di certo l’emergenza Coronavirus e la successiva quarantena hanno portato alla luce grandi cambiamenti che ci hanno toccato oltre che a livello fisico anche sul piano emotivo e mentale. Ora con l’inizio delle scuole, sia che siamo genitori sia che siamo chiamati a vario titolo a prenderci cura della formazione dei ragazzi, abbiamo di fronte a noi una nova sfida.

L’ansia normale collegata a questo periodo si somma infatti ad altre paure, preoccupazioni e incertezze riconducibili alla pandemia e alle indicazioni a cui rifarsi. Nella nostra società si tende sempre a sottovalutare il risvolto emotivo e psichico degli eventi. Se questo già nella quotidianità può avere effetti negativi, ora più che mai diviene prioritario spostare il nostro focus. Non basta infatti essere preparati dal punto di vista “tecnico” sulle procedure da sostenere. No, al contrario è necessario dare spazio e modo alla nostra parte più emotiva di accogliere i cambiamenti senza ignorarla o silenziarla. Il rischio infatti è che senza questa possibilità si tenda una volta di più a boicottare e limitare il nostro benessere emotivo e psico-fisico.

Condividere per supportare: non siamo soli.

Un punto fondamentale a cui possiamo sempre tornare è l’importanza dell’ascolto di noi stessi e di chi amiamo. Troppo spesso siamo portati a credere che quello che stiamo vivendo sia una condizione unica, che nessuno comprende perché nessuno vive. Ecco, in questo caso, diviene prioritario fare un cambio completo di prospettiva. Come?

Aprendoci all’esterno e parlando di ciò che ci preoccupa, di ciò che ci spaventa, di ciò che ci fa arrabbiare o intristire. Insomma, l’essenziale è raccontare le nostre emozioni di qualsiasi genere siano senza censure e senza giudicarci.

Proviamo quello che proviamo, sentiamo quello che sentiamo e va bene così. Non c’è un’emozione giusta e una sbagliata davanti agli eventi e soprattutto ai nuovi inizi o agli stravolgimenti che possiamo trovare lungo la nostra strada. Condividere ci permette di togliere potere a quelle frasi e/o ossessioni che continuano a ripresentarsi sotto varie forme nella nostra mente. Un dialogo aperto e sincero illumina le zone d’ombra e ci restituisce energia e speranza perché avvertiamo che non siamo più soli di fronte alla realtà. Ci accogliamo in profondità accettando ogni nostra parte ed emozione e, da ultimo, ci rafforziamo perché sappiamo che non ricade tutto unicamente sulle nostre spalle. Nel farlo potremmo persino scoprire che anche chi è al nostro fianco prova le nostre stesse paure o ansie.

Parliamo e ascoltiamo: le emozioni hanno bisogno di essere vissute ed elaborate.

Sforziamoci di parlare e condividere il più possibile ciò che proviamo e prendiamoci il giusto tempo per ascoltare quello che gli altri hanno da dire. La comunicazione è ancora più benefica se è bidirezionale e se impariamo a interagire attivamente con l’altra persona. Lo stesso principio possiamo applicarlo a casa, in coppia e con i nostri figli.

È stato ed è un periodo pieno di incognite e di tensioni emotive per tutti. Ricerchiamo sempre il confronto con i ragazzi, chiediamo loro cosa provano, cosa sentono, cosa li preoccupa o li entusiasma. Non censuriamoli e avviamo un dialogo sincero con loro. Continuiamo a condividere tempo di qualità sia prima che dopo la scuola e facciamolo con costanza così da rafforzare una nuova routine ben definita.

Ricordiamo la gioia, le amicizie, le opportunità che possono arrivare dalla formazione. Chiediamo ai nostri figli che aspettative e sogni hanno per il futuro, vicino o lontano. Ritorniamo più volte sul tema per dare di nuovo spazio alle possibilità gioiose che la vita riserva così da non essere focalizzati solo sulle ansie del passato.

Attraverso una conversazione aperta e azioni costanti possiamo infine rafforzare le loro sicurezze. In questo modo i bambini avranno l’intima certezza di avere sempre un luogo sicuro a cui tornare. Una casa con persone che li amano, li aspettano e li accolgono con gioia qualunque evento succeda o vivano. Una famiglia con la quale potersi aprire e sentirsi pienamente supportati così come sono.


Un corso di Mindfulness potrebbe essere un valido supporto. Per informazioni:

 

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30/08/20 Blog

Il tempo dell’attesa: come gestire gli effetti del lockdown sui bambini.

La situazione dettata dal Coronavirus e dal post lockdown ha avuto conseguenze significative sulla nostra psiche. Non siamo però i soli a dover fare i conti con una nuova realtà. Anche i bambini possono aver subito contraccolpi connessi a questa nuova quotidianità. Con quali effetti possiamo doverci confrontare? Come poter essere di reale supporto verso i piccoli?


Le ansie e le incertezze portate dal Coronavirus hanno avuto un ruolo primario nel far affiorare una serie di difficoltà psicologiche in tutti noi. Problematiche già presenti, ma latenti oppure del tutto nuove che hanno richiesto la nostra attenzione. Oltre a noi, anche i bambini si trovano a doversi relazionare con gli effetti negativi di questa emergenza.

I nostri figli infatti si sono trovati a perdere in brevissimo tempo le loro certezze e i legami essenziali che di solito costellano le loro esistenze in formazione. Gli amici, la scuola e gli insegnanti, i nonni e in generale i parenti con cui si trovavano a trascorrere anche molto tempo insieme. La routine scandita da attività formative, ma anche ludiche, sociali e di condivisione.

Bambini e lockdown: un rapporto complesso.

Ciascun bambino ha sperimentato un completo stravolgimento che potrebbe averlo stressato in profondità. Queste variazioni possono tradursi in effetti spiacevoli che possono incrinare il benessere psicofisico.

In generale i bambini possono dunque aver vissuto o stare vivendo un forte livello di ansia generalizzata. Una preoccupazione immotivata o eccessiva che fa vivere in maniera negativa qualsiasi allontanamento dei genitori o dei membri più stretti della famiglia. Il timore è legato di frequente alla paura che possa succedere qualcosa di brutto mentre la mamma e il papà sono fuori casa. Imprevisti che di conseguenza possano impedirgli di vedere e di riabbracciare i loro cari.

Questo può portare alla comparsa o al riemergere di capricci e litigi di vario genere. In alcuni casi oltre alla rabbia e alla tristezza, il bambino può sperimentare una regressione a comportamenti tipici della fase precedente. Ecco quindi che il piccolo può voler tornare a dormire con i genitori oppure può fare la pipì a letto. Possono inoltre scatenarsi crisi di rabbia, pianto o vomito all’idea della separazione.

In altri contesti il bambino può invece mostrare una forte apatia verso le principali attività che svolgeva in precedenza. Una noia diffusa anche verso i suoi giochi preferiti che lo porta anche spesso a isolarsi, a passare molto tempo davanti a un monitor o alla televisione, a rifiutare di giocare o di incontrare i suoi coetanei.

Sostenere i bambini nel cambiamento.

Come abbiamo visto gli effetti del lockdown sui bambini possono essere numerosi e diversificati. Per cercare di contrastare il possibile malessere psicologico del bambino può allora essere utile innanzitutto mettersi in ascolto delle sue necessità e delle sue emozioni. Parliamogli e chiediamogli di raccontare come si sente, come vive le novità e i cambiamenti che gli sono toccati. Facciamogli capire che noi siamo sempre al suo fianco qualunque evento accada e qualunque emozione, positiva o negativa, decida di esprimere.

Raccontiamogli con chiarezza e semplicità la situazione cercando di rassicurarlo il più possibile. Facciamo di frequente riferimento alle attività che svolgevamo già prima dell’emergenza sanitaria, riportando di volta in volta l’attenzione agli aspetti positivi che vivevamo in precedenza. Un esempio è la possibilità di tornare presto a incontrare i compagni di scuola, le insegnanti e a praticare giochi o sport negli ambienti consueti.

Confrontiamoci su tutto ciò che di bello è emerso in questo periodo condiviso e su quanto potremo nuovamente vivere in futuro. Questo anche a prescindere dalle problematiche che possono emergere nel corso del tempo. Rafforziamo la sua autostima ponendo enfasi sui suoi progressi, sulle abilità che ha acquisito o che sta affinando e sui suoi comportamenti positivi. Da ultimo se necessario chiediamo comunque l’aiuto di un professionista che ci possa supportare in questa delicata fase di passaggio.


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10/08/20 Blog

Il carico mentale femminile e quel peso quotidiano che toglie respiro.

Di frequente la gestione e l’intera quotidianità familiare ricadono completamente sulle donne. Troppo spesso quando ci accorgiamo di queste difficoltà ci fermiamo al pensiero “basta chiedere”. Alla lunga questo processo drena del tutto le energie fisiche, ma soprattutto mentali delle interessate. Perché in fin dei conti non basta chiedere? Qual è il valore aggiunto che possiamo ricavare dalla volontà di condividere realmente le incombenze? Scopriamolo.


Cambiano alcuni dettagli, ma la dinamica di fondo rimane la stessa. Siamo in famiglia e la mamma, la moglie, la donna si divide in quattro per organizzare il suo secondo lavoro. Nella sua giornata infatti, oltre al suo lavoro, ha una seconda attività che fagocita la sua attenzione: la gestione della casa e della routine familiare.

Questa continua pressione – e questo costante lavorio del pensiero – rientra in quello che è stato definito carico mentale. Nel tempo questa dimensione può diventare ingestibile e drenare così tante energie da portare allo sfinimento se non all’esaurimento. Non è solo una questione di chi esegue le cose, di chi porta i figli a scuola o di chi lava i piatti e riordina. Non ha a che fare solo con le azioni, quanto piuttosto con l’incessante sforzo mentale che  spesso si assume la donna.

Bastava chiedere? No, o meglio non solo.

Il carico mentale è quella condizione per cui una persona pensa e struttura l’intero processo che porta al buon funzionamento della quotidianità.

Non è quindi il fare la spesa o il lavare i piatti, fare la lavatrice, stirare o preparare i pasti a creare una dinamica pesante. Queste sono tutte azioni ma – esattamente come nei progetti di lavoro –sono gli step intermedi che portano già al risultato. Prima c’è un lavoro continuo di programmazione, pianificazione e pensiero.

È questa porzione che, se ricade su una sola persona, porta l’individuo allo sfiancamento perché la mente non è mai libera di riposare e rilassarsi. Il cervello vive la costante pressione dettata dai mille pensieri legati a quello che c’è da fare, organizzare e dare in esecuzione. In questo processo intervenire sulle fasi finali andando, ad esempio, a comprare su richiesta un determinato prodotto non alleggerisce il peso e lo sforzo vissuto dal “titolare della gestione”. È a monte – nell’attività di pensiero e programmazione – che serve il supporto.

Non possiamo combattere il carico mentale solo dicendo “se c’è qualcosa che vuoi faccia dimmelo, fammelo presente e mi attivo”. Perché si inneschi un cambiamento benefico dobbiamo ribaltare la prospettiva. Nella pratica viviamo insieme, siamo una famiglia, una coppia ed è da quella concezione che dobbiamo imparare a sovvertire il punto di vista delle cose. Non serve che qualcuno, uomo o donna, chieda all’altro di intervenire perché siamo insieme in questa realtà.

Siamo insieme nella vita: suddividere il carico mentale.

Non è un favore o un aiuto che si deve dare, ma è la volontà di condividere il peso della quotidianità muovendosi come un’unica entità. Spetta a tutti i componenti del nucleo familiare attivarsi e pensare alle incombenze da gestire perché la vita possa procedere con più serenità.

Solo quando ognuno ha questa consapevolezza si possono raggiungere risultati migliori e più favorevoli per ciascun membro del gruppo. L’essenziale è quindi iniziare ad agire in autonomia come se fossimo i project manager della famiglia. Domandiamoci:

  • Come posso intervenire in quel momento?
  • Che eventi e che settimane attendono la mia famiglia?
  • Come possiamo suddividerli e gestirli in maniera ottimale?
  • Il mio partner o la mia partner ha già un alto carico di lavoro?
  • Io ne sono sprovvisto? Come posso alleggerirlo?
  • Quali sono i passaggi quotidiani che dobbiamo affrontare?
  • Cosa serve, nell’immediato o sul lungo termine, agli altri membri?

Queste sono solo alcune delle domande che dobbiamo farci, ma esemplificano bene il cambio di focus. Supportiamo il processo in maniera proattiva come se fosse un nostro progetto di lavoro. Ritagliamoci il tempo per dedicarci alla famiglia e alla casa così da suddividere il carico mentale ed essere tutti più leggeri e sereni.


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03/08/20 Blog

Il batching: i blocchi che aiutano ad abbassare lo stress.

In questo periodo di smart working, e più in generale durante il normale lavoro di ufficio, possiamo trovarci di fronte a situazioni e dinamiche che sono fonte di stress. Come diretta conseguenza oltre al disagio possiamo arrivare a vivere un abbassamento della produttività e della motivazione. Per riportare equilibrio ed essere di nuovo energici può essere utile sperimentare nuove strategie. Una di queste è il batching. Scopriamo di che si tratta.

Abbiamo già affrontato il tema dello smartworking e della sua gestione ai tempi del Coronavirus. Oltre alle strategie proposte esiste una soluzione che nel tempo si è rivelata particolarmente efficace nell’ottimizzazione dell’organizzazione delle attività. Stiamo parlando del batching, un metodo per gestire il tempo in maniera più efficace e produttiva, capace di alleggerire lo stress mentale.

È capitato a tutti di iniziare un’attività e poi di interromperla per rispondere a un’email o perché qualcosa di più urgente richiedeva l’attenzione. Il problema di un approccio di questo tipo è che rischia di portare con sé alti livelli di stress. Agendo così possiamo infatti sperimentare frustrazione e insofferenza latente come se in fin dei conti avessimo corso tanto per non concludere davvero nulla.

A lungo andare potremmo poi non essere più produttivi e motivati. Attraverso il batching possiamo invece ribaltare la prospettiva e ritrovare efficacia e motivazione. Come? Imparando a  strutturare le mansioni in blocchi coerenti e dedicandoci di volta in volta a uno solo di questi.

Che cos’è il batching?

Probabilmente abbiamo già sperimentato il multitasking. In estrema sintesi possiamo dire che il batching nasce come suo esatto opposto a partire dalla convinzione che per ottenere la massima produttività occorra la massima concentrazione. Quest’ultima per presentarsi al suo meglio ha bisogno di focalizzazione e di poter disporre di tutte le energie della nostra mente verso un unico compito. Anziché suddividere la nostra attenzione su più fronti e obbligare il cervello a cambiare di frequente il suo focus dobbiamo, dunque, scremare le attività e dedicarci a esse singolarmente e in successione.

https://pageflutter.com/task-batching/

Nella pratica però non basta seguire un task dopo l’altro se questi sono molto distanti gli uni dagli altri. È qui che scopriamo la vera potenzialità alla base del batching, ovvero il raggruppare. Secondo questa visione possiamo ricondurre ogni mansione a una macro categoria e dobbiamo svolgere tutte quelle simili il più possibile in un unico momento.

Lavorare per blocchi: il batching nella pratica.

A ben vedere ogni risultato è frutto di una serie di azioni precedenti. Piccole o grandi che siano queste attività, messe in successione, ci portano a comporre un flusso di lavoro che come ultimo passaggio ci porta a ottenere un determinato output. Per individuare i nostri blocchi di riferimento allora possiamo analizzare le nostre giornate e individuare quelle mansioni che possono rientrare sotto un unico cappello. Una volta fatto questo possiamo poi ribaltare la nuova organizzazione sulla gestione operativa del tempo e delle attività.

Per esempio potremmo accorgerci di passare molto tempo a rispondere alle email, interrompendo le altre operazioni e costringendo il nostro cervello a cambiare di frequente le competenze attualmente in uso. Ecco quindi che – utilizzando lo schema del batching –possiamo scegliere di dedicare 2 o 3 momenti nella giornata ai messaggi ricevuti. Per il resto del tempo ci impegneremo, invece, a non eseguire l’accesso alla casella di posta. O al contrario, se dobbiamo scrivere una serie di relazioni per i clienti cercheremo di accorparle tutte in giornate dedicate unicamente a quell’attività. O ancora se una parte fondamentale del lavoro è la gestione dei rapporti con i clienti possiamo raggruppare tutte le telefonate da effettuare o tutti i report da stilare in una determinata sezione di tempo. Lavorando in questa nuova modalità e senza più la continua alternanze delle attività possiamo così limitare lo stress ed essere più produttivi.


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27/07/20 Blog

Gestire lo smart working: strategie per lavorare da casa con serenità.

La nuova quotidianità, dettata prima dalla quarantena e ora dalla fase di ripresa dal COVID, ci ha imposto ritmi e abitudini differenti. In molti casi ci siamo trovati e ci troviamo a dover fare i conti con lo smart working. Una situazione che può essere fonte di ansia, stress e frustrazione. Distrazioni, condivisione degli spazi, gestione del tempo e di nuove pressioni o conflitti possono metterci alla prova. Vediamo come intervenire per cercare di ritrovare equilibrio, efficacia e serenità.

Nell’ultimo periodo è emersa una nuova spinta verso il lavoro da remoto. La situazione generata dall’emergenza Coronavirus ci ha, infatti, imposto una revisione completa delle nostre abitudini personali e professionali. Lo smart working si è rivelato fin da subito – nella maggior parte dei casi possibili – una valida alternativa capace di sbloccare lo stallo in cui eravamo costretti.

Sebbene il lavoro a distanza sia una soluzione utile, di frequente possono emergere una serie di problematiche. Disagi e imprevisti correlati sia alle attività da svolgere sia agli scenari e alle implicazioni che si vengono a creare. Poter lavorare in un ufficio dedicato, a contatto con colleghi e collaboratori, con orari prestabiliti e strumentazioni ad hoc è nettamente diverso dal quadro in cui possiamo trovarci.

Lavorare da casa cercando di ispirarsi all’ufficio.

Condividere gli spazi privati, gestire il tempo che non ha più una netta suddivisione tra privato e pubblico, l’assenza di contatti fisici con altre persone all’infuori della cerchia intima può alla lunga generare ulteriori dosi di stress e ansia. Per ovviare a queste problematiche possiamo cercare di creare una nuova routine che prenda il meglio dalla vita a cui eravamo abituati in ufficio.

In questo senso possiamo intendere lo smart working come un’evoluzione digitale del lavoro in azienda, ma con alcune sue tipicità. L’attenzione a tal proposito deve andare in particolar modo alla nostra gestione del tempo, degli spazi, delle attività da svolgere e della vita di relazione.

Innanzitutto se ne abbiamo la possibilità identifichiamo una stanza più tranquilla in cui predisporre una piccola postazione di lavoro. Non dev’essere eccessivamente grande o elaborata, l’importante è che possiamo avvertire una separazione anche fisica tra il nostro privato e il lavoro. Se non possiamo disporre di un luogo di quel genere nessun problema. Ci organizziamo condividendo lo spazio con gli altri familiari o predisponendo dove viene comodo i nostri strumenti, ma stabilendo in anticipo alcune regole comuni e orari di utilizzo.

Smart working: impostare la gestione del tempo e delle attività.

Una volta individuato l’ambiente in cui lavorare possiamo dedicarci alla gestione del tempo e delle attività. Per farlo possiamo sempre ripensare a come organizzavamo con profitto le nostre giornate in  ufficio, ma con in più un focus sugli obiettivi giornalieri o periodici che desideriamo raggiungere. Ecco quindi che, come prima indicazione, ci concentriamo sulla possibilità di lavorare accorpando le attività in macro blocchi attraverso quella che è conosciuta come la tecnica del batching. Quest’ultima ci permette di arrivare ad alti livelli di concentrazione e produttività.

Se siamo in spazi condivisi e ricchi di rumori o distrazioni cerchiamo di dedicarci appena possibile e in un’unica sessione a tutte quelle attività che richiedono una dose extra di tranquillità. Potrebbe essere la mattina appena alzati o subito dopo pranzo, l’importante è che sia stabilito e che chiediamo agli altri componenti di concederci quegli istanti in cui poterci dedicare esclusivamente al lavoro.

Da ultimo ricordiamoci di alternare il lavoro a momenti di pausa e di convivialità esattamente come se fossimo in ufficio. Possiamo fissare un break al mattino o al pomeriggio e approfittare del momento per staccarci fisicamente dalla postazione. È invece essenziale che contrastiamo la tentazione di proseguire imperterriti o, all’opposto, di procrastinare le attività perché “tanto abbiamo tutta la giornata da impegnare”. Questo è importante perché in entrambi i casi potremmo sperimentare come conseguenza diretta più alti livelli di stress e di frustrazione dettati dall’essere sempre online, con il pensiero che corre al lavoro da fare o in scadenza e senza mai avere un momento di reale riposo mentale.


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20/07/20 Blog

Sindrome della capanna: quando la casa è la nostra nuova amica-nemica.

La quarantena appena vissuta ha imposto una serie importante di limitazioni e obblighi. Il senso di sicurezza e leggerezza che provavamo nel vivere la nostra vita fuori casa in alcuni casi ha lasciato il posto a tristezza, ansia, paura connesse con il pensiero di uscire. È il fenomeno conosciuto come sindrome della capanna. Capiamo meglio di che si tratta e quando è bene iniziare a intervenire per contrastarlo.

Per mesi interi i nostri contatti con l’esterno si sono ridotti all’essenziale se non addirittura annullati. A causa del Coronavirus e delle misure cautelative a cui ci siamo dovuti attenere si è creata una sorta di bolla fuori dal tempo. Una dimensione protetta, accogliente che trovava nella nostra casa una rappresentazione perfetta del nido o di una tana capace di difenderci da tutto il resto. Per quanto sia stato utile e necessario quel periodo, a posteriori dobbiamo comunque confrontarci con gli effetti anche psicologici che uno scenario di quel genere inevitabilmente lascia sulla mente umana.

In alcuni casi il problema emerge con forza e – anche ora – che si potrebbe uscire abbastanza liberamente per contro potremmo non volere abbandonare quel porto sicuro. Potremmo così sperimentare ansia, paura, tristezza al solo pensiero di uscire di casa. Al tempo stesso potremmo non essere consapevoli di questo disagio, ma ci potremmo sentire stanchi e letargici. Potremmo scegliere come nostra unica attività ricorrente frequenti e lunghi riposini o potremmo comunque faticare a svegliarci al mattino, rimanendo quindi per ore intere a rigirarci nel letto. Questi effetti che sembrano innocue sensazioni possono rientrare tutti in quella che è stata definita la sindrome della capanna.

La capanna, dove tutto ha inizio.

Sindrome della capanna

Il nome di questo disagio deriva dall’inglese, ovvero “cabin fever” ed è associato ai primi casi emersi rintracciabili nel periodo della ricerca dell’oro. A quell’epoca i cercatori erano costretti a vivere isolati e lontani dal contatto umano per lunghissimi periodi. Al termine di una stagione trascorsa in completo isolamento molte di queste persone presentavano una serie di problematiche. Disturbi e disagi che si palesavano in via principale quando finalmente giungeva il momento di lasciare la capanna e tornare alla normalità precedente.

Il lockdown che abbiamo vissuto di recente ha ricreato le stesse condizioni di stress mentale con cui si sono confrontati i cercatori d’oro portando all’emergere della sindrome della capanna. Ora che siamo liberi di uscire potremmo quindi provare angoscia all’idea di allontanarci dalle nostre sicurezze, potremmo non avere motivazione e nasconderci dietro alla scusa che in casa abbiamo tutto ciò che possiamo desiderare. Potremmo inoltre voler dormire più del solito, mangiare in eccesso per calmare l’ansia, avere problemi di concentrazione e/o di memoria. Potremmo infine sentirci talmente stanchi da non volerci alzare dal letto o dal divano.

Confrontarsi con la sindrome della capanna.

Se ci accorgiamo che stiamo soffrendo uno o più effetti della sindrome della capanna dobbiamo innanzitutto acquisire consapevolezza di questa nuova realtà temporanea. Può perciò essere utile riflettere sulle sensazioni che proviamo e provare  a fare chiarezza scrivendole su carta. A seguire ricostruiamo a piccoli passi una routine, anche semplificata, che sia il più possibile adatta a noi e al nostro stile di vita. Limitiamo i sonnellini nell’arco della giornata e rispettiamo il ritmo sonno-veglia seguendo alcuni macro impegni che possiamo facilmente identificare. Stabiliamo un orario di sveglia alla mattina e organizziamoci una piccola tabella con poche attività da svolgere che non dobbiamo in alcun modo delegare ad altri.

Siamo gentili verso noi stessi e verso gli altri: non abbiamo colpe per questi mesi e neppure per lo stare vivendo gli effetti psicologici derivanti dalla sindrome della capanna. Doniamoci tempo, ma anche apertura e possibilità: parliamo del disagio che viviamo con coloro che amiamo. Se vediamo che la situazione non migliora – o che inizia a essere così limitante da portarci a rifiutare inviti e occasioni di interazione con l’esterno – allora chiediamo aiuto. Chiediamo a chi amiamo di sostenerci e rivolgiamoci in aggiunta a uno psicoterapeuta per approfondire e affrontare i nodi irrisolti collegati al presente o al passato.


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