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18/02/20 Blog # , , , ,

Mindfulness e social media: e se facessimo un digital detox?

Ogni giorno siamo bombardati da milioni di informazioni e trascorriamo una fetta considerevole del nostro tempo su internet o sui social network. Nonostante i benefici che il digitale ha introdotto nella nostra quotidianità, nel corso del tempo sono emersi anche numerosi punti oscuri derivanti da questa full immersion non stop. E se fosse arrivato il momento di concederci un momento di vero relax lontano dagli affascinanti schermi? Scopriamo di più.


Cos’ha a che vedere la pratica della mindfulness con le nostre abitudini digitali? Dopotutto cosa cambia a conti fatti se passiamo tutte le pause con gli occhi sullo schermo del cellulare? È solo un momento, un modo per rilassarci, no? No, o meglio non se una buona parte delle nostre giornate sono scandite da queste attività e nemmeno se trascorriamo ore intere attaccati al feed di Instagram o scrollando la bacheca di Facebook.

Sembra paradossale, ma quello che in origine poteva anche essere nato per staccare la famosa spina dalle incombenze o dai problemi quotidiani ha inconsapevolmente aperto le porte ad altre difficoltà. La questione, infatti, non è tanto lo scagliarsi indistintamente contro qualsiasi innovazione e mezzo digitale. Al contrario tutto nasce dal comprendere che uso, se non abuso, facciamo di questi strumenti all’interno delle nostre giornate.

Social media: è tutto oro quel che luccica?

Photo by David Clode on Unsplash

La domanda di partenza dev’essere allora: che ruolo ricoprono internet in generale – e i social network in particolare – nella nostra vita? Assegniamo loro la giusta importanza senza dare loro un potere spropositato oppure no? Quanto tempo dedichiamo allo scrolling sui nostri smartphone o tablet? Riusciamo a stare almeno alcune ore senza cercare spasmodicamente la connessione?

Se la risposta è no facendo emergere un bisogno continuo e incessante verso i social media o internet possiamo esserne certi: abbiamo un problema di dipendenza e doppiamo correre ai ripari mettendo un freno. Sì, perché insieme ai vantaggi e i benefici introdotti dall’avvento di queste nuove tecnologie sono apparsi anche numerose ombre legate a un uso spropositato delle stesse. L’iperconnessione, le mille informazioni e gli stimoli diversi, il confronto costante a cui è costantemente sottoposto il nostro cervello alla lunga possono infatti arrecare danni seri al nostro benessere psichico.

Le conseguenze di questo stress continuativo possono essere rilevanti. Ecco così comparire una scarsa produttività unita a problemi legati al ciclo di sonno-veglia, per non parlare dell’aumento dei livelli di ansia e dell’insorgenza o dell’aggravamento di stati depressivi. Questi ultimi in particolare sembrano essere direttamente correlati al continuo confronto con vite patinate ed edulcorate da ogni aspetto di realtà.

Staccare la spina per connettersi con il sé.

Cosa fare quindi per invertire la rotta e riappropriarsi non solo del tempo perso, ma anche della nostra salute mentale? La soluzione è prendere le distanze attraverso un digital detox: non eseguire l’accesso né sostare sui social network per almeno 48 ore.

Può sembrare una proposta forte e in parte lo è, ma attraverso questa strategia possiamo riacquistare potere sul nostro tempo e sulla nostra vita. Una boccata d’aria fresca per la nostra psiche che può finalmente rilassarsi scendendo dalla giostra frenetica che sono i social media. Un modo per rallentare il ritmo vivendo più a contatto con la realtà e con il momento presente.

Scollegarci per almeno 48 ore dalla nostra esistenza digitale ci aiuta ad assaporare maggiormente ciò che viviamo offline senza la pressione sociale che vige all’interno della rete. Per un po’ abbiamo la possibilità di dimenticarci della nostra controparte digitale e ci possiamo concentrare su quel che conta davvero: la nostra realtà, le nostre amicizie e relazioni concrete.

Spostiamo, quindi, il focus dalle continue illusioni che ci vengono mostrate e ci impegniamo a porre i giusti confini. In questo modo creiamo l’occasione giusta per ridefinire i contorni di ciò che viviamo e per riconnetterci con il nostro centro annullando le distorsioni cognitive.

Lontani dal giudizio e dall’occhio indagatore del web, senza dover per forza mostrarci a tutti i costi o paragonare il nostro essere con le immagini stupende pubblicate, riscopriamo infine noi stessi e la potenza del reale. Ecco perché impegnarci in un digital detox,  oltre a migliorare la nostra salute mentale, può essere visto come parte integrante di un processo di mindfulness pratica.


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07/02/20 Blog

Depressione e mindfulness: ritrovare il filo della speranza.

La depressione toglie energie psicofisiche fondamentali debilitando la persona che ne soffre e spingendola a intraprendere un percorso verso il basso. Una strada che si nutre di pensieri negativi, ruminazione, vergogna: lentamente scompaiono la motivazione, i desideri e il focus che permettono all’individuo di agire. Una sensazione di ineluttabilità della condizione in cui la speranza è stata sostituita da un malessere diffuso. La mindfulness, in abbinamento alla psicoterapia, può essere di grande aiuto nel ribaltamento di questa percezione. Scopriamo di più.

Nell’immaginario comune chi soffre di depressione è di solito una persona molto triste che si individua facilmente a causa delle sue espressioni cupe e negative. In realtà il vero volto della psicopatologia è più sfaccettato di una macchietta da fumetto con in testa una nuvola grigia di pioggia.

Sebbene la tristezza sia uno dei sintomi che emergono con forza quando affrontiamo questo disturbo della psiche, essa non è di certo l’unico né il tratto fondamentale. La depressione si compone di molteplici elementi e sono proprio questi a rendere questa malattia ancora più invalidante. Le aree colpite possono essere diverse: dalla memoria ai vissuti emotivi, passando per le abilità cognitive e il comportamento. In tutti questi ambiti si possono riscontrare difficoltà che tendono a creare un circolo vizioso difficile da interrompere.

Apatia, angoscia, disperazione si sommano infatti a una sensazione diffusa che porta a vedere la propria situazione negativa come permanente e ineluttabile. A tutto ciò si aggiunge la difficoltà a concentrarsi o a farsi carico di una decisione, l’assenza di speranza, la ruminazione mentale, la perdita dell’autostima e l’impossibilità di riconoscere il valore della propria persona, il pensiero catastrofico o quello pessimista. Fattori questi che tendono poi a riflettersi sul comportamento stesso portando perciò a scegliere di isolarsi, a evitare gli altri finanche alla passività e al tentativo di suicidio.

Aprire spiragli di luce.

Photo by Sydney Sims on Unsplash

Non è semplice tristezza o, meglio, non è solo quell’emozione a rendere difficile il vivere. E a nulla valgono gli sforzi fatti da amici, familiari e partner con l’obiettivo di “risollevare” la persona che sta male. Se i sintomi sono persistenti e arrivano a essere invalidanti, influendo e condizionando le scelte o le azioni dell’individuo, è necessario affidarsi agli esperti e alle strategie che nel corso del tempo hanno dimostrato un’efficacia considerevole. Per quanto il bene e l’amore provato per quella persona siano alla base delle considerazioni occorrono, infatti, strumenti capaci di entrare nel profondo della psiche e da lì aiutare la persona a intraprendere una lenta risalita.

La mindfulness e la psicoterapia, unitamente se necessario ai farmaci deputati, possono intervenire proprio in questi casi. Attraverso tecniche quali la meditazione guidata, la respirazione, la compassion o ancora le visualizzazioni, in abbinamento a sedute dedicate alla riscoperta di noi stessi e all’elaborazione di quanto vissuto sarà possibile iniziare volta dopo volta a mettere un freno significativo alla deriva in cui sentiamo di trovarci.

Il primo passo inizia da noi.

In tutti i casi, di qualunque tipo sia il malessere psicofisico sperimentato, è essenziale che il cambiamento parta da noi. Il primo, e fondamentale, passo da compiere è riconoscere. Riconoscere di star affrontando un problema che non è un semplice momento di tristezza passeggera, ma qualcosa di più profondo che merita cure, attenzioni e considerazione. Nessuno può svolgere questa parte al posto nostro.

Per quanto siano buoni i consigli dei parenti, per quanto sia forte il sostegno degli amici e per quanto grande sia l’amore del partner dobbiamo essere noi a occuparci della difficoltà. Lo faremo innanzitutto chiamandola per nome, depressione, e intraprendendo il percorso migliore per ciò che sentiamo.

Con l’aiuto di uno psicoterapeuta, con strumenti mirati quali la mindfulness, avremo la possibilità di indagare le origini della problematica. Addentrandoci nel profondo, conoscendoci e dandoci le giuste attenzioni inizieremo così a sovvertire la nostra prospettiva e a far fluire nuovamente la speranza all’interno delle nostre giornate.

 

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30/01/20 Blog

Accogliere i momenti felici con gratitudine e mindfulness.

Allenare la gratitudine attraverso una pratica quotidiana è la via migliore per sperimentare un reale cambio di prospettiva e vivere con consapevolezza il momento presente. Una percezione più aperta e positiva delle nostre giornate che ha effetti benefici sul nostro benessere psicofisico. Conosciamo più da vicino questo approccio.


Abbiamo già parlato dell’importanza della gratitudine nella vita di tutti i giorni, come puoi leggere qui. Riscoprire questa determinata prospettiva richiede tempo e volontà. Dopotutto è molto più semplice farsi catturare dalle incombenze quotidiane e dalle percezioni diffuse che pensare a qualcosa di impalpabile come l’essere grati.

Eppure, nonostante tutto, la gratitudine può essere riscoperta e allenata impegnandoci di volta in volta a cercare questa minuscola gemma in ciò che viviamo. È una scelta che possiamo compiere trasportati dal non volerci accontentare dello status quo e dal desiderio di voler vivere e approcciare il mondo con un altro spirito. Un’apertura che influirà sul nostro intero mindset e che avrà, da subito, un impatto forte sulle nostre sensazioni ed emozioni.

La gratitudine? Una qualità da esercitare.

Photo by Pro Church Media on Unsplash

Come si allena la gratitudine? La domanda appare spontanea: non si tratta, infatti, di un muscolo da rafforzare attraverso lo sport. Sebbene questo sia vero, rimane un fatto altrettanto innegabile. La capacità di vedere il lato positivo della realtà, di riconoscere il buono che è nelle nostre vite e di ringraziare per quanto ricevuto, ottenuto e vissuto è un talento nel senso più ampio del termine. Un’attitudine che possiamo fortificare e potenziare per mezzo della pratica quotidiana.

È un po’ come quando si impara ad analizzare un quadro, all’inizio non si è abituati a cogliere determinati dettagli, stili o riferimenti subliminali a culture o contesti più profondi.  I tratti sembrano tutti uguali e guardiamo l’opera d’arte senza apprezzarla realmente, ma semplicemente interagendo superficialmente. È solo con l’esercizio e un’interazione più stretta con essa che possiamo conoscerla intimamente e a individuare il valore aggiunto che può costituire per noi. Con concentrazione, dedizione e passando attraverso molti esempi si arriva infine ad affinare quello che potrebbe essere rinominato il “senso”, l’occhio artistico.

In maniera similare al processo appena descritto possiamo insegnare alla nostra mente a notare ed enfatizzare gli aspetti positivi che riempiono la nostra vita. Spostando il nostro focus ridimensioneremo il negativo togliendogli l’incredibile potere che può esercitare sulla nostra psiche. Per farlo dobbiamo impegnarci a ricercare attivamente il bello e il buono che costellano le nostre giornate ovvero tutti quegli elementi, piccoli o grandi che siano, che possono farci sentire grati.

Gratitudine e momento presente: i tre sì.

Una delle prime pratiche che possiamo sperimentare per far entrare la gratitudine nella nostra vita è individuare e scrivere almeno tre motivi per cui siamo realmente grati. Ogni giorno possiamo, quindi, ritagliarci un momento da dedicare a questa attività.

Non devono per forza essere motivazioni enormi; possono essere cose, oggetti, eventi, incontri, istanti di qualsiasi genere. L’acquisto di quell’orologio che ci piace, l’incontro casuale con un amico che non vedevamo da tempo, l’essersi svegliati pieni di energia, un invito inaspettato, un gesto gentile da parte di uno sconosciuto o di un collega.

I motivi di gratitudine possono essere i più diversi. Quel che conta davvero sopra ogni altro aspetto è ricercarli con costanza, se possibile ogni giorno e sforzarsi di trovarne almeno tre anche se la giornata appare complicata o terribile. Tre momenti sì – piccoli o grandi – ogni giorno, tutti i giorni: questa è la strategia migliore per accogliere nella nostra vita una prospettiva differente. Una percezione di ciò che ci circonda più aperta e positiva che porta respiro e sollievo alla nostra mente non più appesantita o occupata dal rimuginio continuo su ciò che non ha funzionato. E proseguendo con questa pratica diverrà sempre più semplice vivere spostare il focus, vivere il momento presente con più leggerezza assaporando la bellezza che ci circonda.


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23/01/20 Blog

Un viaggio al centro dell’autostima.

 

Sentirsi inadeguati, costantemente fuori posto. Fare paragoni impossibili e uscirne sempre sconfitti. Suona familiare? Potrebbe essere colpa della sindrome del brutto anatroccolo, condizione più comune e diffusa di quel che si tenda a immaginare. Vediamo di che si tratta e perché è il momento di recuperare autenticità e autostima affermando il nostro giusto valore.

La storia del brutto anatroccolo che adulto, dopo una serie di peripezie e disconferme, si riconosce da ultimo in un magnifico cigno è ormai fin troppo nota. Quella che si tende a vedere come una favola, che rivaluta l’adeguatezza di un individuo sulla base di canoni differenti e più affini a lui, è stata utilizzata negli anni con gli esiti più diversi.

Uno di questi è servito agli esperti per definire quella che tecnicamente viene classificata come “sindrome del brutto anatroccolo”. Chi sperimenta questa condizione si sente fuori posto, ridicolizzato dalla realtà, inadeguato rispetto agli standard. La persona col passare del tempo, guardando ai diversi eventi, tenderà a enfatizzare esclusivamente quei momenti negativi che verranno vissuti come ulteriore dimostrazione della sua inadeguatezza, del suo essere perdente, del suo fallimento.

In molti casi potrebbe arrivare a isolarsi, a non voler mettersi in gioco per paura del giudizio degli altri con una conseguente perdita significativa di occasioni e/o di relazioni sociali. Proseguendo sulla base di quelle circostanze negative – che a suo parere sono la prova inconfutabile del suo essere il “brutto anatroccolo” per eccellenza – potrebbe persino iniziare a convincersi di non meritare il bene, la fiducia, la stima o l’amore delle persone che lo circondano.

Photo by Jenny Hill on Unsplash

“Ci saranno altre occasioni. Nulla è perduto per sempre. Credi e agisci; quel che è stato è stato, tu vali a prescindere.”

Andare oltre il brutto anatroccolo.

Ribaltare la prospettiva distorta richiede un accurato lavoro volto a scardinare quelle convinzioni limitanti. Lo scopo ultimo è, infatti, sostituire l’immagine falsata in negativo che risiede da tempo nella mente con una più luminosa e potente. Un nuovo riflesso che restituisca all’individuo tutta la sua bellezza, il suo valore e le sue potenzialità uniche in quanto esclusivamente sue. Per farlo occorre impegnarsi con dedizione, anche attraverso la psicoterapia, la self-compassion o altri esercizi pratici, per recuperare il centro di se stessi.

Sì, perché se è vero che la favola del brutto anatroccolo ha il pregio di portare un’ondata di positività che investe di nuova luce il protagonista ormai cigno vi è comunque un rischio insito in questa lettura.

La possibilità, non così ipotetica né inverosimile, che i criteri di riferimento sulla base di cui appurare il nostro valore passino da un gruppo a un altro similare, che il giudizio e gli standard da tenere in considerazione siano solamente prestati da una persona a un’altra.

Nella pratica è come se nonostante tutto dovessimo comunque girovagare in attesa del benestare e della valutazione esterna di qualcun altro che arbitrariamente avrebbe potere di decisione sulla nostra identità. Qualcuno che sulla base di suoi standard o attestazioni è impegnato a dire “Sì sei conforme a ciò che penso o a quello che ho imposto come canone; no, oggi non sei più dei nostri”. Non quindi un’affermazione solida e potente della nostra autostima, ma un semplice passaggio di consegne che ci renderebbe ancora una volta fragili e in balia delle opinioni esterne.

Un’eventualità che non deve essere in alcun modo sottovalutata in quanto il ribaltamento sperato potrebbe infine rivelarsi effimero e controproducente. Una sorta di tregua momentanea destinata a gettarci nuovamente nella disperazione più nera qualora non dovessimo più corrispondere totalmente a quel canone. Parametro che, in ogni caso, non potrà mai essere del tutto nostro perché “altro” da noi.

L’autenticità che fa risplendere.

Se al contrario impariamo a riconoscere il nostro valore e la nostra unicità partendo dalla nostra interiorità, allora, potremo attingere a una fiamma sempre accesa che può illuminare il nostro cammino presente e futuro.

Intraprendere il nostro viaggio per sviluppare una buona autostima dal nostro io più intimo e vero ci fornisce l’occasione unica di portare a galla la nostra autenticità. Quel qualcosa di speciale che nessuno può sottrarci, né minare, perché solamente e totalmente nostro. Non un elemento posticcio, che cerca di imitare uno standard o un parametro esterno, ma un fattore chiave che ci accompagna e ci sostiene durante tutta lo nostra esistenza. Il segreto per affrontare con energia le difficoltà quotidiane.

Ci saranno sicuramente ancora cadute, sbagli e rimpianti, ma non perderemo di vista la speranza, l’unica che ci permette di guardare con positività alla vita perché ci sussurra: “Ci saranno altre occasioni. Nulla è perduto per sempre. Credi e agisci; quel che è stato è stato, tu vali a prescindere.”


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13/01/20 Blog

Amore, compassione e presente: i segreti della mindfulness.

Donare amore e compassione alla nostra persona è la via più efficace per riscoprire la meraviglia dell’unicità che ci caratterizza. Non servono grandi azioni, ma di sicuro un esercizio che torna utile per affrontare questo lungo percorso è fermarsi e dedicare una lettera d’amore a noi stessi. Un breve messaggio, una poesia o una missiva che ci ricordi il nostro valore nei momenti più bui e celebri la nostra autenticità. Iniziamo insieme.

Quando ci avviciniamo per la prima volta alla mindfulness, alla meditazione e alla psicoterapia, o quando le pratichiamo già da un certo tempo possiamo essere presi dallo sconforto. Richiedono tempo, costanza, e in molti casi una certa energia per poter ammirare i preziosi risultati. Sono percorsi, a volte brevi a volte lunghi tutta la vita, durante cui possiamo sentirci scoraggiati perché non tutto è immediato, i temi possono essere astratti e le problematiche possono avere radici profonde.

Ecco, in queste fasi in cui tutto sembra immobile, c’è un’azione semplice e concreta che possiamo mettere in atto per ridare slancio alla nostra motivazione. E per farlo non abbiamo bisogno di molti strumenti: ci basteranno una penna, un foglio di carta e la voglia di giocare. Per fare cosa? Vi starete chiedendo. Per scrivere una lettera d’amore a noi stessi.

Car* me, devo dirti una cosa importante.

Tranquilli, non dovremo mettere nero su bianco quintali di parole e nemmeno concentrarci per realizzare una moderna Divina Commedia. No, quel che faremo sarà imprimere in maniera indelebile quei sentimenti, quelle emozioni che proviamo per noi stessi. Quei piccoli, grandi, pensieri gentili che troppe volte presi dalle corse quotidiane o dalla solita vergogna non ci diamo il tempo di vivere. 

In fin dei conti nel concreto che cos’è una lettera d’amore? L’attestazione fisica della bellezza che una persona ha riconosciuto in un’altra. La celebrazione delle fragilità, della forza, dei valori e dell’essenza che la rendono speciale.

Ecco, quello che dovremo fare allora è proprio questo.

Prendere carta e penna in mano e stilare con calma tutti i nostri successi, i momenti di cui siamo grati, ciò che abbiamo imparato, le volte in cui siamo caduti, ma soprattutto quelle in cui ci siamo rialzati. Imprimeremo a chiare lettere tutto l’amore e l’accettazione che proviamo verso noi stessi, verso gli aspetti luminosi e quelli più ombrosi.

Sarà un esercizio essenziale che richiederà la nostra completa attenzione. All’inizio potremmo vivere qualche resistenza nel guardarci attraverso le lenti rosa dell’affetto. Ostacoli questi dettati dalla mentalità che siamo abituati a replicare, a volte giunti direttamente dalla società in cui viviamo. Contesti in cui tutto sembra volerci far affermare “non sono abbastanza, non vado bene, non sono come quelle persone meravigliose che ammiro ogni giorno sui social network”.

Non ha importanza, non diamo credito alle voci critiche che ci accompagnano da molto tempo: noi valiamo, abbiamo lati positivi e negativi e siamo speciali perché siamo tutti diversi. Perseveriamo nella ricerca e nell’affermazione del bene che siamo e che ci meritiamo. Passo dopo passo sarà sempre più semplice scorgere le luci, le ombre e accoglierle entrambe come parte di noi. Elementi unici, fragili, complessi e nascosti, ma tutti fondamentali nella costruzione della persona splendida che siamo.

Amarsi e viversi, la mindfulness per noi stessi.

Se guardiamo a grandi linee alla mindfulness e alla compassion scopriamo che parte della loro efficacia è quasi comparabile alle potenzialità di una lettera d’amore. Un messaggio, non più in forma cartacea, ma calato nella realtà che ci riporta con gentilezza alla nostra essenza.

Un promemoria forte che ci orienta e ci riconnette al momento presente, l’unico che ha davvero significato perché pieno di consapevolezza e di vita. È da questo cambio di allineamento, dalla volontà di abbandonare lo stress, il tran tran quotidiano che ci ha inglobato fino a farci dimenticare chi siamo, che possiamo ripartire.

Un nuovo inizio che ci mostra la bellezza e le potenzialità già presenti in noi e in ciò che ci circonda. Fermandoci e concentrandoci su questi elementi, riconosciamoli come punti di riferimento per la nostra esistenza. Un nuovo soffio di speranza e futuro alimenterà la nostra energia e potremo sperimentare una profonda connessione con la realtà.


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03/01/20 Blog # , , , , , ,

Gratitudine e compassion: la rivoluzione felice.

La fine dell’anno e l’inizio di uno nuovo sono, da sempre, momenti catartici. Periodi in cui, volenti o nolenti, il pensiero si ritrae dal presente e passa in rassegna il passato più recente. È facile in queste occasioni lasciarsi prendere dallo sconforto e focalizzarsi sulle avversità incontrate, sugli errori commessi piuttosto che sugli eventi luminosi. Attraverso la pratica della gratitudine e della compassion ribaltiamo il nostro centro d’attenzione. Scopriamo come fare e perché farlo.


Tra le corse per terminare la lista dei regali da comprare e le maratone di relax e pranzi o cene in famiglia, in questa fase gioiosa dell’anno possono far capolino pensieri grigi e antiche o nuove frustrazioni. Le giornate che scorrono lente a cavallo tra la fine dell’anno e l’inizio di quello nuovo rappresentano, infatti, il periodo d’elezione per analizzare, valutare e fare un riepilogo di quanto si è vissuto.

Che lo si voglia oppure no, che lo si faccia con intenzione o quasi inconsciamente, è fin troppo semplice inserire in questa lista ogni piccola o grande cosa che pensiamo non sia andata come avrebbe dovuto. Errori, dimenticanze, litigi e incomprensioni, torti subiti o arrecati. Tutto viene a galla nel calderone sovraesposto che è la nostra mente alle prese con l’ondata dei ricordi di un intero anno.

In molti casi l’unico effetto che otteniamo è, quindi, trovarci con l’umore nero e un mare di ansia con la quale fare i conti. Poca o nulla voglia di socializzare o di festeggiare e molto risentimento. Un rimuginio costante con un ritornello di sottofondo che suona pressappoco così: “Se avessi fatto… Se avessi detto… Se fossi stata diversa… Se solo avessi risposto o reagito… Se non fosse mai successo…” e via all’infinito.

È lampante che vivendo questa situazione sulla nostra pelle, immersi in ogni istante nella tristezza e nell’angoscia, non faremo altro che arrecarci ulteriore dolore. Per porre un punto fermo a queste considerazioni e iniziare a far entrare vitali spicchi di luce esistono, però, delle strategie che si rivelano davvero efficaci.

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Tempo di bilanci sì, ma anche di ringraziamenti.

È vero che avere maggiore tempo libero ci può indurre a trascorrere parte delle giornate rivivendo ciò che è stato. Al contempo abbiamo di fronte l’opportunità di sfruttare a nostro vantaggio queste fasi ricordando e celebrando noi stessi, i nostri momenti positivi  e le persone che hanno vissuto fianco a fianco con noi gli eventi supportandoci e aiutandoci.

La scelta, come sempre, è nostra. È nostra responsabilità decidere di accettare ciò che è stato, con la consapevolezza che ormai è stato e non può essere cambiato. Una prospettiva questa che non è una condanna, ma al contrario si rivela un trampolino di lancio. Noi siamo chi siamo anche per mezzo delle nostre esperienze, positive o negative che siano.

È il momento di accettare, apprezzare e amare le nostre fragilità. Per farlo occorre compiere una scelta in più. È nostra responsabilità, infatti, anche il passaggio successivo: ringraziare per quanto abbiamo appreso, ringraziare chi ci è stato vicino o ha speso le sue energie per sostenerci. Ringraziare chi ha avuto un pensiero d’amore o di gentilezza nei nostri confronti. Ringraziare noi stessi, la nostra forza, il nostro cuore, il nostro talento perché nonostante tutto siamo andati avanti, abbiamo superato quell’ostacolo e continuiamo a impegnarci a vivere bene il nostro tempo.

Essere grati e compassionevoli: una danza antica.

La gratitudine verso di noi, verso ciò che è stato, verso le persone a noi care porta con sé benefici enormi. Nella cultura attuale si è perso il valore della parola grazie, dell’essere grati. In molti casi viene visto come qualcosa di scontato, se non come una vecchia moda tipica delle persone remissive e troppo educate.

Se analizziamo il termine, invece, possiamo recuperarne tutta la sua valenza e cioè quella di una promessa. La possibilità di un impegno affettuoso, di un’apertura verso gli altri, di un sentimento di riconoscenza che ci fa sorridere alla vita e che rafforza i nostri legami con le persone.

Praticare la gratitudine, in abbinamento alla compassion e alla self-compassion, ci avvicina a una prospettiva differente. Un approccio speciale alla nostra quotidianità che ci regala calma, serenità, connessione profonda con la realtà e gioia diffusa. Che poi non sono questi i doni di cui andiamo in cerca durante tutto l’anno?


 Il 9 gennaio alle 18:30 avrà inizio il nuovo corso di Mindful self-compassion per imparare ad accogliere noi stessi con tutte le nostre difficoltà e i nostri difetti.

Il programma prevede un incontro a settimana della durata di circa 2 ore e mezzo, per 8 settimane.

Gli incontri si terranno presso la sede ITCI di via Ravenna, 24 – Roma.

Per ulteriori informazioni scrivi a [email protected]

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26/12/19 Blog

Self-compassion: atti d’amore per spazzare via vergogna e autocritica.

La compassion e la self compassion nascono affinché l’amore per noi stessi possa proliferare e diventare un elemento centrante della nostra vita. Per far sì che questo accada possiamo mettere in atto alcune semplici strategie che, unite a una pratica costante, ci aiuteranno a trasformare tutti quegli aspetti che abbiamo sempre vissuto come note stonate all’interno di una meravigliosa melodia. Vediamo come fare.


Fin dal primo momento in cui ci affacciamo a questa vita esiste una condizione che ciascun essere umano ricerca con tutto il suo essere. Un bisogno primario e fondante che equivale al respirare aria o alla necessità di bere acqua quando siamo assetati. Stiamo parlando del sentirsi amati, accettati, accolti. L’amore, quel sentimento a tratti così fluttuante e indefinito che è però alla base di ogni individuo che possa definirsi felice, realizzato, sereno.

Il problema in molti casi non è tanto la ricerca quasi infinita di questa condizione, ma il focus che utilizziamo per trovare il nostro personale Santo Graal. Sì, perché se abbiamo detto che l’amore e il sentirsi amati sono i nostri diamanti più preziosi, gli ingredienti senza cui è impossibile anche solo pensare di stare bene e vivere una sensazione di appagamento reale non è detto che queste conferme debbano per forza arrivare dall’esterno. Anzi, tutt’altro.

Per essere davvero efficace l’intero processo deve partire da noi. Siamo noi che dobbiamo imparare ad amarci e ad accettarci così come siamo dando valore, attenzione e rispetto a noi stessi.

Praticare la compassione verso se stessi.

A parole sembra semplice, ma come possiamo fare se non riusciamo ad avvertire questo potente sentimento verso noi stessi? La soluzione si riassume in un’unica parola: allenandoci!

Che si tratti di un  corso dedicato come questo o di una serie di esercizi pratici da svolgere quotidianamente a casa abbiamo, infatti, numerose possibilità a nostra disposizione. La pratica costante produrrà in breve tempo i primi positivi frutti. Una sensazione diffusa di amore, apertura e benessere che illuminerà tutti i settori della nostra vita.

Meditare, focalizzare la nostra attenzione sui ricordi felici, imparare a vivere il momento presente. Queste sono solo alcune delle strategie che possiamo mettere in atto per sperimentare la self-compassion. A un primo sguardo possiamo interpretare questi suggerimenti come parole vuote, sentite e risentite, ma che non possono influire minimamente sul malessere che stiamo provando in quel preciso momento. Quel vuoto che sembra inghiottire qualsiasi gesto d’amore, quella vergogna per ciò che abbiamo fatto o non abbiamo fatto, quel costante rimuginio sul passato, quella vocina inflessibile che ci critica in continuazione contestando ogni sbaglio o passo falso. Quel perfezionismo che ci fa sentire sempre inadeguati e insoddisfatti fino a condurci addirittura all’auto sabotaggio.

La verità è che una prospettiva differente, più leggera e benefica, è più vicina di quel che crediamo. Basta voler cambiare la nostra mentalità e le nostre convinzioni limitanti con la consapevolezza che siamo noi gli artefici del nostro destino, della nostra felicità. Perché per quanto la nostra esistenza possa essere perfetta e ricca di successi, potremo essere appagati solamente quando saremo noi i primi a darci amore e cure continue.

Esercizi d’amore per una vita felice.

Per incrementare la self-compassion possiamo provare a inserire nella nostra routine quotidiana alcune pratiche che favoriscono il nostro benessere psicofisico. La prima azione che possiamo mettere in campo è l’ascolto empatico di noi stessi. Fermiamoci, dunque, un momento e apriamoci alle nostre emozioni.

A seguire diamo spazio a tutte le sensazioni, positive o negative, che albergano in noi. Respirando, rallentando il ritmo e concentrandoci su ciò che stiamo vivendo potremmo rimanere meravigliati dalle percezioni che emergeranno. Quell’angoscia diffusa che pensavamo fosse parte di noi potrebbe essere in realtà legata a uno specifico progetto o a un evento ipotetico più circoscritto.

Quei fastidiosi disturbi psicosomatici prima di un incontro potrebbero rivelare la vergogna che ci attanaglia per un fatto del passato. L’ansia e l’inadeguatezza di fronte a un cambiamento potrebbero nascondere al loro interno la gioia per quella novità, il risentimento verso un amico a causa di un suo comportamento potrebbe mostrarci una nostra paura.

Da ultimo dedichiamoci attivamente a noi stessi coccolandoci e riservandoci alcune speciali attenzioni. Praticare il nostro sport preferito, prenderci del tempo per seguire un hobby, trascorrere una giornata occupandoci della nostra salute e organizzando momenti speciali che soddisfino i nostri desideri o sogni. Insomma, il nostro nuovo mantra dev’essere: io mi scelgo e curo il mio benessere.


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19/12/19 Blog # , , , , , ,

Come coltivare la compassion: un approccio alternativo alla vita.

Se desideriamo ottenere i potenti benefici legati alla compassion dobbiamo impegnarci, giorno dopo giorno, per espandere il più possibile le nostre abilità. Scopriamo come perseguire facilmente questo obiettivo all’interno della vita di tutti i giorni.

Praticare la compassion e la self-compassion migliora sensibilmente tutte le aree della nostra esistenza. Questo perché, attraverso le due pratiche appena citate, possiamo affidarci a una visione del mondo differente sperimentando empatia e una connessione profonda gli uni con gli altri.

Photo by Giulia Bertelli on Unsplash

La volontà di impiegare un approccio ai problemi originale e un mindset positivo cambia del tutto la nostra prospettiva. Ciò permette di illuminare con una luce nuova, più gioiosa ed energica, ciò che in precedenza abbiamo sempre vissuto come un conflitto o una costrizione. In breve tempo si arriva, dunque, a provare sulla propria pelle il cambio di rotta che ci farà essere meno tristi, più aperti e connessi, più abili nello stabilire e coltivare relazioni serene e sincere.

Il primo incontro con la Compassion.

Quando ci confrontiamo per la prima volta con la compassion possiamo essere frenati dall’abbandonarci completamente a essa da limiti, paure o pregiudizi. In numerosi casi l’ostacolo più grande è dato dalla sensazione di avere a che fare con qualcosa di estremamente complicato, difficile da mettere in pratica nel quotidiano o che richiede competenze e conoscenze tecniche fin troppo avanzate.

In realtà esistono diversi modi molto semplici e dal successo assicurato che ci permettono di espandere e fare nostre queste pratiche. Proprio per sciogliere le eventuali resistenze che tutti noi possiamo sperimentare all’atto pratico, abbiamo pensato di riassumere brevemente alcune soluzioni replicabili con facilità.

Breve guida per far crescere la self-compassion.

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La compassion è un’abilità con cui non si nasce, ma che possiamo coltivare giorno dopo giorno fino a diventare dei veri e propri esperti sul tema. Applicando con costanza questi semplici suggerimenti e ricercando in ogni situazione il lato “compassionevole” vedremo ben presto la nostra vita come trasformata. Merito, in buona parte, connesso alla nuova visione a cui avremo imparato a guardare.

Per iniziare a prendere confidenza con questa nuova lente di ingrandimento della realtà possiamo perciò pensare a coloro che ci supportano o ci confortano quando siamo in crisi e stressati. Analizzando come ci sentiamo, e come cambiano le nostre emozioni quando veniamo sostenuti, impariamo a ricercare esattamente le stesse sensazioni anche in altri contesti o momenti. Identificare momenti o percezioni e sapere in che direzione guardare è, infatti, il primo e più importante passo per poterli successivamente ricreare in autonomia.

Un altro esercizio utile per sviluppare la compassion è collegato all’empatia e alla capacità di metterci nei panni degli altri, di sperimentare gioia e dolore per vicende che non sono direttamente riconducibili a noi. Per farlo possiamo focalizzare la nostra attenzione e il nostro cuore sulla persona specifica che ci sta parlando, di cui abbiamo letto o di cui abbiamo saputo qualcosa al riguardo.

Più nello specifico possiamo immedesimarci immaginando come dev’essere la sua vita, come dev’essere vivere quella determinata esperienza, che emozioni deve aver provato essendo costretta a confrontarsi con quella situazione. A questo si aggiunge, poi, un ulteriore passaggio ovvero il ribaltamento dei ruoli con la fatidica domanda: se fosse capitato a me come avrei reagito? Come avrei affrontato un evento del genere? Giudicherei con così grande durezza l’altro se fossi io quella persona?

Cambiamo modo di vedere le cose.

A tal proposito è bene ricordare che il giudizio in molte occasioni può trasformarsi in una barriera che ci separa dagli altri e da noi stessi impedendoci di accogliere la realtà con amore e apertura mentale. Ecco perché può rivelarsi un atto coraggioso e fondamentale decidere di sospenderlo, e magari annullarlo, così da poter entrare in maggior connessione con l’esterno e con le infinite sorprese o possibilità collegate.

Sostituire lo sguardo giudicante con lo sguardo amorevole della compassion – insieme al ricordo dei legami che ci uniscono alle persone a noi vicine – ci permetterà di sperimentare tutta l’energia trasformativa che caratterizza e rende unica questa pratica.

 


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Leggi anche La Compassion: Il soffio gentile dell’amore che conduce al benessere

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12/12/19 Blog # , , , , , ,

La compassione: il soffio gentile dell’amore che conduce al benessere

Compassione, una parola che ha origini antiche e che in alcuni casi rimanda a una retorica di stampo religioso. In realtà a ben vedere il concetto originario è quanto mai attuale. Soprattutto quando abbiamo a che fare con una società improntata al perfezionismo, all’esasperazione della performance, alla critica continua di ogni aspetto. Scopriamo perché dovremmo iniziare fin da subito ad affidarci a questo approccio integrandolo nella nostra quotidianità.

Quando parliamo di compassione siamo spesso limitati da alcuni preconcetti difficili da sradicare. Il primo pensiero corre, infatti, a scene e qualità che associamo essenzialmente al consiglio di qualche religioso o guru. Approfondendo, però, il tema appare subito evidente il grande fascino che questo termine può esercitare su tutti noi.

Un’attrattiva a cui è impossibile resistere perché ci mostra che un’altra via, un’altra modalità è possibile. Un approccio alla vita che sia più in linea con il nostro reale sentire e che sia in grado di tenere in considerazione anche le nostre emozioni più profonde. Prima di immergerci in questo nuovo punto di vista, facciamo un passo indietro e torniamo all’etimologia della parola compassione.

Compassione come condivisione e accettazione autentica.

Se guardiamo al significato iniziale di compassione possiamo scoprire che si tratta della possibilità di partecipare sensibilmente al dolore, alle prove che altre persone stanno vivendo. Sebbene in molti casi nella società occidentale questo termine abbia assunto un’accezione  quasi negativa, vi sono altre prospettive che ne hanno ribaltato del tutto la visione.

Esempi di ciò sono sicuramente le filosofie orientali che hanno scelto di fare della compassione – nella sua veste più pura e luminosa – il fondamento alla base dei loro insegnamenti. A questo proposito la particolarità è che non si tratta di un sentimento giudicante da parte di qualcuno in posizione avvantaggiata verso qualcuno in difficoltà.

No, al contrario, la compassione sotto questa luce apre le porte a una connessione intima. Un’interazione complessa, ma autentica con il dolore e l’esperienza vissuta. Il fulcro di tutto il processo si fonda sullo sguardo amorevole, sull’affetto con cui si entra in relazione profonda con la persona. Si tratta perciò non più di un atto giudicante, ma di un’apertura all’altro all’insegna dell’amore e dell’accettazione incondizionata.

Compassione e self compassion.

Percorrere la strada della compassione, abbinandola alla mindfulness, permette di illuminare la propria quotidianità con significativi benefici. È stato, infatti, rilevato che le persone che apprendono queste tecniche e le praticano con costanza:

  • gestiscono meglio le emozioni difficili
  • sperimentano meno ansia
  • alleviano la depressione o il senso di colpa
  • incrementano le loro capacità di resilienza e di gestione degli eventi stressanti;
  • si sentono più fiduciose
  • apprendono come trasformare le critiche verso se stesse in motivazione e opportunità di crescita personale;
  • accettano con maggiore responsabilità, ma senza costante senso di colpa, gli eventuali errori commessi nell’arco della loro vita
  • dimostrano una più elevata consapevolezza delle relazioni riuscendo a trasformare positivamente quelle difficili.

Vantaggi interessanti soprattutto se li inseriamo nel quadro delle nostre routine iper-stressanti. Da una rapida analisi delle nostre abitudini ci possiamo, infatti, rendere conto di essere sempre sottopressione e di vivere quella che ci appare come una vita “piena di catastrofi” prendendo a prestito una citazione di Kabat-Zinn.

È quindi essenziale sapere che in realtà un’altra modalità non solo è possibile, ma è alla nostra portata. Accedervi è molto più semplice di quel che potremmo pensare. Basterà affidarci a uno strumento che nel tempo ha acquisito a buon diritto una grande fama: la mindfulness, un nuovo modo di essere che ci permette di acquisire  consapevolezza capovolgendo la nostra prospettiva fino a farci sperimentare una vita piena e ricca di esperienze felici.

Se  in questa equazione aggiungiamo poi la Self-Compassion accogliendo noi stessi, difficoltà e difetti compresi, allora ci avvicineremo ogni giorno di più al nostro vero benessere.


Il 9 gennaio 2020 alle ore 18:30 presso la sede ITCI di via Ravenna, avrà inizio il prossimo corso di Mindful self-compassion. Per saperne di più clicca qui. 

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05/12/19 Blog # , ,

Scrivere per conoscersi: una pratica di benessere.

Scrivere per conoscersi: una pratica di benessere.

Quando siamo in crisi o anche solo pieni di pensieri e dubbi possiamo affidarci alla scrittura. Uno strumento antico che si trasforma in un compagno fedele che ci permette di entrare in connessione con noi stessi, di far emergere problematiche e soluzioni. Scopriamo di più su questa possibilità e su come utilizzarla.

Ci sono momenti in cui i pensieri affollano la nostra mente. Mille idee, riflessioni e considerazioni a volte anche contrapposte girano e rigirano senza trovare una meta impedendoci di riposare. Sono proprio questi gli istanti in cui mettere un punto fermo al turbinio di voci contrastanti che ci assale e passare all’azione. Come? Prendendo carta e penna in mano. La scrittura può, infatti, aiutarci a dipanare l’ingarbugliata matassa che ci sta tormentando.

All’apparenza decidere di fermarsi e mettere nero su bianco i nostri pensieri, dubbi e riflessioni può rivelarsi una scelta particolare, quasi bizzarra. Vedere e toccare in maniera fisica le nostre osservazioni che differenza potrà mai fare?

Eppure scrivere ci permette di chiarire innanzitutto a noi stessi ciò che stiamo realmente provando, ci aiuta a comprendere più in profondità la logica che sta alla base dei nostri problemi e a limitare la confusione con cui abbiamo a che fare di frequente. Non per nulla viene sempre più consigliata la pratica del diario sia all’interno della psicoterapia sia in percorsi differenti legati alla crescita e alla conoscenza personale.

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La scrittura come parte di una terapia.

Possiamo essere in ansia per quel problema che ci sembra essere insormontabile oppure siamo impauriti da una novità improvvisa che potrebbe cambiare del tutto la nostra routine. Possiamo provare rabbia, tristezza e delusione per un evento accaduto di recente. O ancora possiamo sentirci elettrizzati e pieni di energia, ma anche molto confusi per un qualcosa che abbiamo vissuto.

Le ragioni possono essere le più diverse. Quel che conta è la nostra volontà di fare chiarezza, di vivere pienamente le nostre emozioni immergendoci in noi stessi e assaporando i nostri pensieri. In molti casi questo può rappresentare il primo momento di consapevolezza, il più intimo perché compiuto in solitudine e completamente a contatto con il nostro io profondo. Non ci sono maschere, finzioni o strategie che tengano quando siamo noi il nostro unico spettatore.

È interessante notare come la scrittura, da questo punto di vista, possa rappresentare una finestra, un collegamento verso la nostra parte più intuitiva e irrazionale.

Le parole ci riconnettono al nostro io.

All’inizio può essere complesso aprirsi e connettersi in maniera significativa con il nostro inconscio, ma dopo aver iniziato saremo sorpresi dal lento fluire dei nostri pensieri.

Un esercizio che a mano a mano ci permetterà di portare alla luce i nodi del nostro cuore e della nostra mente. Fattori scollegati, elementi distanti gli uni dagli altri lentamente troveranno spazio all’interno della pagina che una volta era bianca. A poco a poco tutto acquisirà più senso e la confusione iniziale che stavamo sperimentando lascerà il posto alla quiete. Anche i problemi che ci angustiavano messi per iscritto potranno essere più gestibili come se acquisendo una forma fisica fosse anche più semplice confrontarsi con essi.

Sono questi alcuni dei benefici che si ritrovano decidendo di utilizzare la scrittura in affiancamento alla psicoterapia e ad altre tecniche quali la meditazione e la mindfulness. Azioni che sembrano piccole, quasi scontate, ma che rivelano a posteriori la loro incredibile utilità soprattutto se praticate con costanza e inserite nella nostra routine.

Da ultimo, la scrittura può accendere la nostra creatività e darci modo di scoprire anche lati nascosti che non avevamo considerato fino a quel momento. E proprio attraverso questa nuova visione di noi stessi e della realtà possiamo individuare soluzioni originali e alternative che diano respiro alla nostra mente. Possibilità creative, queste, capaci di rinvigorire la scintilla del nostro benessere psicofisico facendoci sentire di nuovo connessi, centrati e vivi.


 

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