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26/01/22 Blog

La demotivazione: quando a vincere è la non voglia

Sappiamo bene quanto sia importante avere dei buoni obiettivi ben definiti. Cosa succede però se pur avendo determinato i risultati a cui tendere ci sentiamo demotivati? Che cosa interviene quando viviamo la demotivazione e perché nasce questo fenomeno? Conoscere di più circa questa dinamica ci aiuta a fare i primi passi per andare oltre.

Abbiamo già parlato ampiamente degli obiettivi e di quanto sia importante definirli correttamente. Se vuoi approfondire ecco un articolo utile. Ci sono però momenti in cui nonostante tutte le nostre considerazioni ci sentiamo senza voglia di fare. La motivazione a perseguire l’obiettivo, ad agire e a reagire è come se fosse scomparsa. Tutto quello che vogliamo è di frequente starcene per conto nostro a fare nulla nel pieno dell’apatia.

Ci sentiamo in colpa forse, ma non riusciamo a superare quel momento e ci accorgiamo di perdere un sacco di tempo senza sapere bene perché. Probabilmente ci stiamo confrontando con la demotivazione e con l’assenza di quella spinta così benefica che ci porta a muoverci. A fare, a organizzare, ad agire. Spesso la demotivazione va a braccetto con la procrastinazione, vi sono però diverse cause e connessioni che possono rafforzare questa dinamica. Indaghiamo meglio cosa la nutre e la sostiene così da iniziare a poter prenderne le distanze.

Motivazione vs demotivazione: quegli scopi che ci muovono

Quando parliamo di demotivazione è normale arrivare a chiederci: cos’è quella motivazione che sentiamo mancare? E ancora perché è un problema se non ci sentiamo motivati? Partiamo perciò dal definire a grandi linee queste due macro categorie. Possiamo intendere la motivazione come il nostro motore. A ben vedere essa è ciò che ci spinge a fare ciò che facciamo avendo inoltre ben chiaro il perché lo facciamo. La motivazione ci permette di mettere in campo tutte le nostre abilità per agire e raggiungere uno scopo definito.

Si collega in modo naturale a un altro grande concetto che tutti noi esseri umani conosciamo, ovvero il bisogno. Come i bisogni anche la motivazione si suddivide tra primaria e secondaria. Combinando queste prime informazioni arriviamo ad associare la motivazione al suo contrario: la demotivazione. Da questo punto di vista quindi quando siamo demotivati vuol dire che abbiamo perso o non sentiamo alcun legame con il nostro scopo.

Nella pratica è come se non vedessimo il motivo né l’urgenza per cui dovremmo metterci in moto, agire per raggiungere un determinato risultato. Ciò influisce di conseguenza anche sull’efficacia delle nostre azioni e sulla nostra abilità nel raggiungere la meta. Se non abbiamo interesse o motivo di impegnarci finiremo per stare fermi, per vivere in modo passivo. Le nostre stesse azioni saranno meno efficaci o condotte con così poca convinzione da produrre pochissimi se non nulli avanzamenti.

Il sistema inceppato: cosa vuol dirci la demotivazione?

Già da queste riflessioni capiamo bene quali possono essere le conseguenze negative della demotivazione a ogni livello. Non c’è infatti ambito o area al sicuro di fronte a questa dinamica. Dal lavoro al privato, dai rapporti interpersonali alla soddisfazione di noi come persone singole tutto può essere compromesso da questo fenomeno.

Dopotutto senza motivazione rischiamo di aprire la porta a un malessere globale e di entrare in un circolo negativo. C’è però un aspetto da non sottovalutare quando la demotivazione compare. Di frequente essa ha un messaggio per noi. Potrebbe portarci a riflettere sui nostri obiettivi e in generale su ciò che desideriamo davvero dalla vita.

Potrebbe darci la forza di mettere in discussione gli eventi che abbiamo vissuto o peggio abbiamo sentito di “subire”. Una possibilità questa che oltre ad aiutarci a cambiare prospettiva può supportarci nello scegliere di rimetterci al centro delle nostre scelte. Senza più demandare il nostro potere decisionale ad altri esterni a noi, senza più accettare aspettative che non sono nostre.

Stai attraversando un periodo complicato? Provi ansia, demotivazione o stai vivendo quello che avverti come un blocco? Contattami e raccontami la tua esperienza. Lavoriamo insieme per ritrovare la serenità e rafforzare il tuo benessere.

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19/01/22 Blog

Procrastinazione: perché tendiamo a rimandare?

La procrastinazione è un fenomeno con cui prima o poi quasi tutte le persone possono avere a che fare. A volte si tratta solo di un momento di scarsa motivazione o di pigrizia. Altre volte invece la dinamica si aggancia a una serie di emozioni e di difficoltà psicologiche che possono ridurre di molto il benessere personale. Scopriamo insieme le differenze e quali meccanismi sono alla base della procrastinazione.  

Ogni giorno tutti noi siamo alle prese con le attività più diverse. Fare una chiamata, inviare un’email, incontrare un amico o un collega, gestire e far avanzare un progetto. In tutti questi passaggi però può annidarsi un nemico insidioso: la procrastinazione.

Magari è un momento di scarsa proattività o la non voglia ad agire. Oppure potrebbe trattarsi di una paura che affonda le sue radici in profondità. O ancora potrebbe essere il nostro critico interiore che continua a farci dubitare delle nostre abilità e ci toglie fiducia nell’evoluzione felice degli eventi.

In tutti questi scenari il passaggio successivo è però solo uno: l’immobilismo, la procrastinazione. I fattori cambiano così come la propensione personale e la dinamica ma il problema rimane. Una difficoltà questa che ci porta a vivere male il quotidiano e di conseguenza finisce per generare ansia e malessere.

Che cos’è la procrastinazione?

Foto di Brett Jordan da Pexels

Quando ci troviamo davanti a una situazione del genere siamo di fronte a un blocco, a un ostacolo che ci impedisce sia di agire sia di andare avanti. Si fermano quindi i progetti, si annullano gli incontri, si vive nella frustrazione per il non raggiungimento degli obiettivi. Frustrazione che si auto-alimenta a ciclo continuo dal momento che quello che si viene a creare è un circolo vizioso.

Un cerchio che possiamo sintetizzare anche così: ho paura e/o non ho voglia quindi procrastino, procrastinando non rispetto scadenze e obiettivi. Il mio disagio cresce ancora e io per compensare rimando ulteriormente le attività che dovrei fare. In un attimo arrivo con facilità alla paralisi dell’azione e l’intero processo si inceppa.

Già da queste prime considerazioni possiamo subito intuire quanto possa rivelarsi dannoso questo cerchio. La procrastinazione infatti via via cresce e si rafforza andando nel tempo a coinvolgere quasi tutte le nostre aree di interesse. Se vogliamo possiamo anche vederla come una profezia che si auto-avvera e che influisce negativamente sia sulla nostra percezione delle nostre potenzialità sia sull’autostima e sull’autoefficacia.

Rimandando perciò noi implicitamente leggiamo la realtà come se non fossimo in grado di affrontarla. Sensazione rafforzata poi dal fatto che non riusciamo a fare o a reagire alle situazioni continuando a evitarle. Questo continuo rimando perciò incrementa le nostre convinzioni negative sulle nostre capacità.

Alcune delle cause alla base della dinamica negativa

Guardando a questo cerchio così negativo possiamo allora chiederci che cosa ci spinga a procrastinare. Analizzando le diverse possibilità possiamo rintracciare una serie diversificate di cause che ci portano ad agire la procrastinazione. Abbiamo anticipato che una delle principali può essere collegata alla paura. Sotto questa visuale la paura stessa può contenere al suo interno diversi aspetti.

Ad esempio potremmo doverci confrontare con la paura di non essere all’altezza o con il timore di dover scegliere. In quest’ultimo caso inoltre la paura della scelta si può ricollegare anche alla preoccupazione circa la propria capacità di valutazione e di attuazione delle scelte.

Possono poi intervenire anche la paura dell’insuccesso così come del successo in special modo quando si attiva la sindrome dell’impostore. Ecco quindi che possiamo pensare sia di non essere in grado sia di non meritare di raggiungere il tal risultato.

Oltre alle cause appena menzionate possiamo infine doverci confrontare con il perfezionismo. Sul fronte opposto potremmo inoltre procrastinare per via del disinteresse e della scarsa motivazione verso quel determinato obiettivo. Per concludere la rabbia, l’ansia o la volontà di andare contro alle aspettative che non sentiamo nostre influenzano le nostre azioni e l’immobilismo.

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12/01/22 Blog

Oltre i buoni propositi: formare gli obiettivi per il cambiamento

Nelle fasi di passaggio così come nei primi mesi di un nuovo anno si torna di frequente sul tema dei buoni propositi. Trarre il meglio da questi stimoli benefici si collega però a un cambio di prospettiva significativo. E se associassimo i buoni propositi a degli obiettivi ben formati che ci sostengano nel cambiamento? Vediamo come fare.

I primi mesi dell’anno sono ricchi di tensione e di aspettative. Tutti noi infatti siamo soliti caricare questi momenti di buoni propositi, di azioni più o meno grandi a cui vogliamo dare seguito. Il problema è che molto spesso rischiamo solo di sovraccaricarci e di vivere le giornate abbracciando la frustrazione.

In breve finiamo per non sentirci all’altezza. Iniziamo a darci la colpa di frequente attivando il nostro critico interiore. Una figura che se non ha freni finisce per peggiorare il nostro stato d’animo e il nostro benessere generale attraverso un dialogo negativo. Dialogo questo in cui ci fissiamo unicamente sulle nostre “mancanze” e in cui mettiamo in dubbio qualsiasi nostra capacità.

È così che ci troviamo una volta di più a dire che non abbiamo forza di volontà o che il problema è la nostra incostanza. O ancora che tutto nasce dal non essere in grado di organizzarci e dal non essere abbastanza. Ogni passaggio poi viene condito dalla comparazione con le vite perfette degli altri, o almeno con quel filtro che ci arriva dai social media e non solo.

Amplia la prospettiva: non più propositi, ma obiettivi

Già da questa prima lettura capiamo subito quanto possa essere rischioso procedere lungo una china di tal genere. In quel caso stiamo nutrendo il nostro critico e così facendo qualsiasi azione perde di positività. Ecco perché è bene cambiare quanto prima la nostra visione della quotidianità e renderla più a nostra misura, più umana e flessibile.

A ben vedere dopotutto i buoni propositi sono spesso un concentrato unico di desideri e di utopie. Immagini ideali che abbiamo accumulato da una vita intera e che non tengono minimamente conto della realtà dei fatti. Le giornate di ciascuno di noi sono difatti ben lontane dallo scintillio patinato che viene propinato da riviste, social media o dai guru di turno.

Come possiamo fare allora per riappropriarci di una prospettiva che ci sostenga? Da questo punto di vista può essere utile ricollegarci agli obiettivi. Nella pratica quindi senza buttare via i nostri desideri ma al contrario cercando un compromesso. Una mediazione tra l’immagine idealizzata e i passi necessari per avvicinarci a quella possibilità.

Piccoli passi mirati e ben definiti: è questo il segreto

Guardando lungo questa linea di azione possiamo perciò affidarci a una tecnica speciale, ovvero la costruzione di obiettivi S.M.A.R.T. In questo senso non andremo semplicemente a creare né dei propositi né una serie di obiettivi troppo generici o non adattati al caso specifico. Perché ciò sia possibile la lista che dovremo stilare conterrà alcune caratteristiche ben precise che possiamo esplorare in questo articolo.

Il filo conduttore sarà in ogni occasione la definizione circoscritta e mirata di passaggi concreti. Step contenuti che risultino quindi alla nostra portata e che possano essere messi in sequenza. Attraverso questo processo ridurremo infine sensibilmente l’ansia e la frustrazione verso i risultati che desideriamo raggiungere.

Creeremo con facilità un percorso composto di passi che ci faranno evolvere nella strada verso la destinazione finale individuata a monte. Al tempo stesso avremo anche l’opportunità di contenere la procrastinazione e la demotivazione. Fattori questi che possono limitare se non boicottare del tutto i nostri progetti: personali e/o lavorativi. Ti accorgi di star avendo difficoltà o di star vivendo un periodo complicato? Contattami e ritagliamoci un momento per parlarne. Insieme possiamo esplorare nuove prospettive per rafforzare o ritrovare la serenità nella tua vita

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25/12/21 Blog

STOP Mindful: una pratica di mindfulness per il benessere

La vita di tutti i giorni ci spinge a correre come non mai. Persino i periodi di festa come il Natale diventano una corsa continua all’ultimo regalo, a presenziare a mille incontri. Per non parlare del lavoro che ci richiede performance sempre più elevate. Un aiuto concreto per ritrovare un momento di benessere è legato alla tecnica STOP, una pratica di mindfulness utile da conoscere. Vediamo di che si tratta.

La società attuale e i ritmi lavorativi o privati che viviamo sono di frequente una grande fonte di stress. Siamo ormai abituati a correre in continuazione spesso cercando di incastrare più incombenze e impegni possibili nell’arco di una sola giornata.

Se è vero che può essere difficile cambiare del tutto la rotta, esistono alcune buone abitudini che possono aiutarci a riportare un po’ di serenità e calma nella nostra routine. La mindfulness in questo senso diviene un’alleata preziosa. Per iniziare a sperimentare allora possiamo fare riferimento alla tecnica STOP.

Una procedura questa tanto semplice quanto efficace nel potarci a ridare la giusta attenzione al qui e ora. Riconnetterci al momento presente infatti, così come accoglierci in profondità, passa sempre dall’entrare in contatto con quanto il nostro corpo sta vivendo in quello specifico istante.

Il qui e ora al lavoro e nel tempo libero.

Prima di conoscere i passaggi che possiamo mettere in campo, scopriamo il perché è utile praticare la mindfulness e darci spazio nella vita di tutti i giorni. I vantaggi a cui possiamo rifarci sono numerosi e si rivelano un aiuto concreto nella gestione dello stress e in generale nel confronto con la quotidianità. Nella pratica attraverso la mindfulness lavoriamo per ottenere tre categorie di benefici che sono:

  1. Fisici
  2. Cognitivi
  3. Emotivi

I primi si collegano alla riduzione degli effetti corporei legati allo stress. La mindfulness aiuta a disattivare le risposte automatiche fisiche ed emotive che daremmo in condizioni normali. Incrementiamo quindi il livello di serenità e di benessere. Abbassiamo l’ansia e il nervosismo collegati migliorando la qualità di vita. Riduciamo in più la necessità di altri tipi di intervento.

I benefici cognitivi sono connessi all’incremento della concentrazione e all’allenamento della capacità di focalizzarci su un obiettivo. Dedicando attenzione al momento presente, agendo con intenzione e focus accresciamo allora la nostra auto-efficacia e le nostre risorse.

Da ultimo ma non meno importante allenarci con la mindfulness ci permette di adottare uno sguardo compassionevole, non giudicante, aperto sia verso noi stessi sia verso gli altri. Ciò rafforza le nostre capacità di empatia, compassione, intelligenza emotiva permettendo di promuovere al contempo dinamiche relazionali più serene.

Lo stop che ci fa bene.

Ora che conosciamo i vantaggi della mindfulness scopriamo come mettere in pratica la tecnica STOP. Quando ci avvaliamo di questa possibilità dobbiamo ricollegarci a quattro fasi che sono rintracciabili nella sigla stessa. Lo STOP mindful infatti sta per:

  • Fermarsi ovvero stop
  • Take a break = prendere fiato
  • Osservare
  • Procedere

Nel momento in cui scegliamo di mettere in atto questa pratica allora dobbiamo innanzitutto ritagliarci un breve istante in cui ci fermiamo. Interrompiamo perciò qualsiasi attività stiamo compiendo in quel momento. A questo punto prendiamo un bel respiro. Pochi secondi in cui ci concentriamo sulla nostra respirazione.

Diamo spazio inoltre alle sensazioni e alle emozioni. Cosa stiamo provando? Che percezione ci attraversa in questo istante? Liberi dal giudizio, con compassione, accogliamo tutti i messaggi che corpo e mente ci inviano.

È questo il passaggio dedicato all’osservare. Andiamo il più a fondo possibile. Non ci accontentiamo delle risposte preconfezionate e indaghiamo ogni sfumatura di quello che proviamo. Non ci sono emozioni giuste o sbagliate.

Sentiamo quel che sentiamo e stiamo con quelle sensazioni. Cosa c’è dietro a quell’emozione? Cosa ci vuol raccontare che non avevamo ancora visto? Concludiamo infine il nostro STOP mindful riprendendo il corso consueto della nostra giornata.

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15/12/21 Blog

Vivere le feste: andare oltre alla tristezza e alla felicità imposta

Natale e le feste in arrivo sono spesso sinonimo di gioia, serenità, condivisione con le persone che amiamo. Oltre a queste sensazioni possiamo però doverci confrontare anche con tristezza, frustrazione e negatività. Vediamo insieme come poter affrontare i periodi di festa con più serenità e leggerezza.

Ci sono momenti dell’anno in cui sembriamo tutti focalizzati sulla gioia, sull’entusiasmo, sulla bellezza dello stare insieme. Molto spesso sono queste le chiavi che associamo al Natale e alle feste in generale. Dopotutto quale periodo migliore per essere felici, sorridenti, aperti verso noi stessi e gli altri no?

Se però non fosse così o non sentissimo dentro di noi queste emozioni? Se al contrario associassimo a queste giornate tristezza e confusione? Quando ci scontriamo con questa visione saremmo forse tentati di far finta di nulla, di silenziare i nostri pensieri o al contrario di sentirci in colpa perché non viviamo la vera gioia delle feste.

In entrambe le situazioni potremmo sentirci a disagio nel dover vivere questo periodo. Proviamo allora a introdurre una prospettiva diversa per trascorrere queste giornate con più spensieratezza.

E se durante le feste sono triste?

Pensando alle feste e in special modo al Natale viene quasi naturale associarlo a concetti come allegria, calore familiare. Per i più diversi motivi però potremmo non essere in quella modalità ed è importante che anche queste nostre percezioni trovino spazio in noi e nella quotidianità. Solo accettando anche questa parte di noi e del nostro sentire infatti potremo accoglierci in profondità e ritrovare un nostro equilibrio.

La prima cosa da sapere è che non c’è nulla di male a non essere sintonizzati sulla felicità che sembra contagiare tutti in questo periodo. L’abbiamo detto tante volte, ma è talmente importante che è bene tornarci sopra di frequente. Proviamo quel proviamo, sentiamo quel che sentiamo: non ci sono emozioni giuste ed emozioni sbagliate. Non siamo sbagliati e non dobbiamo sentirci in colpa o darci addosso se in questo momento proviamo determinate sensazioni.

Qualunque sia il nostro momento allora diamoci la possibilità di esprimerlo come meglio crediamo. Non forziamoci e non ingabbiamoci in attività o in contesti che non sentiamo di voler vivere in quegli istanti. Diamoci invece il tempo di osservare quello che stiamo sentendo, ascoltiamo quello che il nostro corpo e il nostro cuore ci vogliono comunicare.

3 spunti per vivere il periodo con più serenità.

Accogliamoci il più possibile e mettiamoci in ascolto attivo. Ritagliamoci alcuni momenti per portare alla luce quello che stiamo provando. La scrittura in questo senso può essere uno strumento potente che ci aiuta a chiarire le nostre emozioni. Mettiamo nero su bianco le nostre preoccupazioni, i nostri pensieri, le nostre sensazioni. Di solito le feste segnano anche un passaggio da un periodo a un altro, da un anno a un altro. Ecco trasformiamo quindi questa pausa nel nostro momento di revisione.

Riflettiamo sui nostri sogni, su quelli che si sono concretizzati o stanno per farlo e su quelli che abbiamo messo da parte. Rivediamo i nostri obiettivi e proviamo a pensare a quali saranno i nuovi passi che vogliamo mettere in atto. Nella pratica facendo così apriamo uno spiraglio verso il nuovo, ci concentriamo sul bello che deve ancora venire. Ci agganciamo alla speranza e lasciamo andare ciò che ci àncora alla tristezza.

Un altro spunto utile è quello di dedicarci alle nostre passioni. Magari è da tempo che ci diciamo che vorremmo riprendere in mano un certo hobby o che ci lamentiamo di non avere mai l’occasione giusta per farlo. Questo può essere il periodo perfetto per inserire quelle attività nella quotidianità. In questo modo inizieremo ad associare le feste anche a momenti in cui ci prendiamo cura di noi.

Da ultimo concentriamoci sui singoli gesti, anche quelli più piccoli. Qual è la cosa che amiamo più fare legata al Natale o alle feste? Quale tradizione o attività vorremmo proseguire o creare perché ci fa stare bene? Partiamo da quel particolare e iniziamo a concentrarci sulle emozioni positive che avvertiamo in quel singolo istante.

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09/12/21 Blog

Allenarci all’assertività con il training assertivo

L’assertività è una competenza che viene sempre più richiesta a ogni livello e in ogni ambito. Dal clinico al privato, passando per il lavorativo sono molteplici gli aspetti che possono beneficiare dell’essere assertivi. Come possiamo sviluppare questa abilità? In questo senso ci può essere di aiuto affidarci al training assertivo.

Relazionarci in modo assertivo ci aiuta a far fronte con maggiore serenità alle diverse dinamiche presenti nella nostra vita. L’assertività è infatti un’ottima alleata per comunicare e interagire con più efficacia con le persone che ci circondano.

Sul lavoro, ma anche nel privato possiamo quindi ridurre la frustrazione collegate alle incomprensioni o al fatto che le richieste avanzate non collimano. Una possibilità questa che permette di vivere con più apertura gli eventi e le interazioni in ogni ambito.

La buona notizia è che l’assertività può essere sviluppata e allenata così da renderla una competenza preziosa capace di sostenerci. Come possiamo farlo? Ad esempio lavorando attraverso il training assertivo. Quest’ultimo risulta da subito estremamente interessante per le possibilità che ci aiuta a percorrere in modo teorico e soprattutto pratico.

Assertività: cos’è e perché ci serve?

Prima di vedere insieme che cos’è il training assertivo e i suoi benefici soffermiamoci su una definizione essenziale. Che cos’è l’assertività? Perché ne abbiamo tutti bisogno? Rispondere a queste due domande è il primo passo per diventare più consapevoli delle risorse che possiamo sviluppare per vivere con meno ansia.

Quando parliamo di assertività facciamo riferimento a un’abilità ben precisa. È la capacità di chi riesce a far valere i suoi bisogni, le sue aspirazioni con efficacia senza combattere contro l’altro. Nella pratica se siamo assertivi elaboriamo e portiamo avanti accordi o soluzioni che siano win-win, ovvero vincenti per tutte le parti in causa. Il rispetto, l’ascolto attivo e una comunicazione proattiva sono alla base dell’assertività. Quest’ultima si crea nel mezzo: non è aggressiva, ma non è neppure passiva o arrendevole.

L’assertività porta con sé moltissimi vantaggi che migliorano la nostra vita e quella di coloro con cui interagiamo. È infatti in grado di trasformare in positivo le relazioni e le dinamiche in cui siamo immersi. Ecco perché questa abilità è così preziosa e da ricercare. Attraverso il suo utilizzo corretto allora abbiamo l’occasione di creare e abitare ambienti più sereni. Situazioni benefiche in cui le persone possono esprimersi al meglio sia dal punto di vista personale che professionale.

Training assertivo: un percorso concreto verso l’assertività

Se l’assertività è così strategica diviene chiaro il motivo per cui abbiamo la necessità di rafforzarla il più possibile. Il training assertivo ci aiuta esattamente in questo. Durante le sessioni lavoriamo perché sia possibile raggiungere in modo efficace un equilibrio fra l’espressione di noi stessi e il rispetto dell’altro.

Imparare a gestire le nostre emozioni, a dialogare facendo valere il nostro punto di vista senza però prevaricare l’interlocutore sono elementi chiavi del training assertivo. Perché ciò sia possibile e perché possiamo sviluppare l’assertività ci avvaliamo quindi sia di una fase teorica sia di una dedicata alla pratica.

L’approccio duplice è l’unico infatti ad assicurare i risultati migliori. Questo perché allenare un’abilità come l’essere assertivi vuol dire immergerci e fare nostri nuovi schemi sia di pensiero sia di azione. All’interno del training assertivo perciò trovano spazio momenti dedicati alla spiegazione dei concetti cardine alla base di una comunicazione interpersonale assertiva.

Nello specifico questa dovrà essere improntata alla chiarezza, all’efficacia, all’accoglienza rispettosa ma non alla passività. Passività che se non gestita rischia di dare vita a un circolo vizioso fatto di frustrazione, aggressività repressa, nervosismo. A seguire e lungo l’intero percorso poi ci dedicheremo a esercizi progettati proprio per supportarci verso il nostro obiettivo. Ad esempio impareremo a diventare più consapevoli dei diversi tasselli che compongono la comunicazione e a costruire una risposta assertiva partendo da questi fattori.

Allenarci all’assertività tramite le tecniche assertive ci restituisce infine maggiore sicurezza nelle nostre risorse. Una tranquillità che accresce di riflesso la nostra auto-efficacia incanalandoci in un processo benefico che ci rafforza ogni volta di più.

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29/11/21 Blog

Come funziona il problem solving?

L’utilità del problem solving è ormai assodata e riconosciuta. In ogni ambito lavorativo o personale che sia è infatti necessario poterci affidare a questa abilità. Una competenza che può essere di certo allenata e che rafforza anche la nostra auto-efficacia. Come possiamo però mettere in atto il problem solving nella pratica? Vediamo insieme come funziona il processo e le sue fasi.

Dell’importanza e del perché sia essenziale poterci avvalere del problem solving ne abbiamo parlato in questo articolo. Oggi vorrei invece soffermarmi su un altro aspetto che dobbiamo conoscere per poter usare questo approccio nella vita di tutti i giorni. Il riferimento in questo senso va alle fasi del problem solving, ovvero su come funziona nella pratica.

Conoscere questi passaggi infatti ci permette di affrontare nel migliore dei modi le diverse situazioni che ci possono mettere alla prova. Partiamo innanzitutto dicendo che sono state individuate in via principale cinque fasi che noi possiamo mettere in atto quando ci confrontiamo con un problema.

Il problem solving è un processo dinamico

Per comprendere meglio come funziona possiamo ripercorrere la definizione di problem solving. Quest’ultimo comprendere le risorse che ci aiutano a rispondere in modo funzionale a una situazione critica. È questa stessa espressione a guidarci nella scoperta delle fasi di quello che viene a caratterizzarsi per essere un processo.

Affrontare una problematica, trovare una soluzione e una prospettiva alternativa difatti non è paragonabile ad accendere un interruttore della luce. Semmai possiamo vedere il problem solving come un viaggio che ci porterà dal punto A al punto B attraverso una serie di tappe.

Ogni passaggio è prezioso e senza ciascuno di essi diventa pressoché impossibile andare oltre al problema espandendo le nostre riflessioni. Le fasi che dobbiamo attraversare sono in maniera sintetica:

  • Il riconoscimento del problema e delle cause che lo originano
  • Le opzioni che ci possono condurre alla soluzione, ovvero all’obiettivo
  • Il confronto e l’analisi delle diverse possibilità in gioco
  • L’elaborazione di una strategia che renda concreta la soluzione prescelta
  • L’analisi dell’efficacia e dell’andamento della situazione

Quello a cui diamo vita perciò è un ciclo dinamico che ci aiuta a gestire con più struttura e serenità il problema in questione. La particolarità di questo schema è che possiamo applicarlo praticamente a qualsiasi situazione che ci mette in difficoltà. La scomposizione in fasi e micro-passaggi inoltre facilita e rende più metodico il percorso verso la risoluzione.  

Analizzare e comprendere per una maggiore consapevolezza

Il primo passo a cui dobbiamo dedicarci è riconoscere la presenza del problema. Nella prima fase ci focalizziamo quindi sulla definizione della situazione. In questo senso ci possiamo concentrare sul dettagliare in modo oggettivo qual è lo stato dei fatti in quel preciso momento. Durante questo passaggio possiamo inoltre portare alla luce e identificare tutte le cause che hanno originato la problematica e/o la perpetuano.

Quando lavoriamo attraverso il problem solving allora una parte fondamentale viene giocata dal prendere consapevolezza del presente. Più l’analisi del momento attuale sarà puntuale e più dati avremo la possibilità di raccogliere. Elementi questi che ci orienteranno anche nei passaggi successivi e che supporteranno la scelta finale della soluzione adeguata.

Proseguendo possiamo poi fare una lista delle diverse opzioni concrete che abbiamo a disposizione. È importante che in questo passaggio dedichiamo attenzione a quelle azioni che possiamo mettere in campo sia nell’immediato sia nel medio/lungo termine. Una volta effettuata questa operazione che può essere simile a un brainstorming possiamo confrontare le diverse possibilità. Dall’analisi dei pro e dei contro possiamo poi individuare la o le azioni più idonee per il nostro caso.

A seguire una volta individuata la soluzione dovremo elaborare una strategia appropriata anche tramite la creazione di micro-step da attuare a piccoli passi. Suddividere nuovamente obiettivi e azioni è infatti la via migliore per poter approcciare con efficacia la situazione. Una modalità questa che ci permette inoltre di abbassare l’ansia e di gestire meglio la pressione derivante dal problema.

Da ultimo concludiamo il processo di problem solving dedicando parte del nostro tempo all’analisi di quanto abbiamo fatto. Questo momento di revisione e riflessione sull’efficacia delle soluzioni ci può infine essere di aiuto anche per il futuro dal momento che potremo fare tesoro di quanto appreso.

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10/11/21 Blog

Psicoterapia cognitivo-comportamentale: che cos’è e come funziona

Che cos’è la psicoterapia cognitivo-comportamentale? Come funziona e per quali problematiche psicologiche può essere di aiuto? Hai incontrato questa etichetta molte volte e non sai bene che cosa voglia dire. Esistono diverse branche nella psicoterapia e questo in alcuni casi può provocare confusione. Approfondiamo insieme questo approccio e le sue caratteristiche.

Quando incontri per la prima volta questa espressione, psicoterapia cognitivo-comportamentale, le domande possono essere tante. Per esempio che cos’è? Quanto dura e per cosa è efficace? O ancora “fa per me”?

Proviamo a fare chiarezza partendo dal definire di che cosa si tratta. Con l’etichetta psicoterapia cognitivo-comportamentale o Cognitive-Behaviour Therapy (CBT) indichiamo un gruppo di terapie eterogenee attinenti al ramo:

  • Cognitivo, ovvero dei pensieri
  • Comportamentale, cioè connesso ai comportamenti
  • Immaginativo

Queste tecniche vengono utilizzate con l’obiettivo di aiutarti nel riconoscere e cambiare i pensieri disfunzionali eche ti fanno stare male. Tutto il processo parte innanzitutto dal prendere consapevolezza e dal riconoscere i pensieri ricorrenti che tornano in modo ciclico e che ti danneggiano nel quotidiano. A seguire attraverso le diverse soluzioni proposte sperimenti e impari nuove strategie per far fronte al tuo momento di difficoltà fin da subito.  

Pensieri, emozioni, comportamenti: un cerchio in movimento.

Perché partiamo proprio dai pensieri ricorrenti e dal riconoscimento di quelli che vengono classificati come disfunzionali? Il motivo è semplice e si ricollega a uno dei presupposti cardine della psicoterapia cognitivo comportamentale. La terapia si fonda infatti sul modello cognitivo. Secondo questo approccio esiste in ognuno di noi una stretta correlazione tra tre elementi:

  • I nostri pensieri
  • Le nostre emozioni
  • I nostri comportamenti

Sono questi tre tasselli a interagire fra loro e a dare vita a quelle dinamiche che hanno poi come conseguenza l’originarsi del nostro malessere psico-fisico. Nella pratica infatti si viene a creare una sorta di cerchio in cui i nostri pensieri tendono a creare dentro di noi alcune emozioni.

Photo by Ryan Gagnon on Unsplash

Queste ultime a loro volta finiscono per dare vita di riflesso a determinati comportamenti. Comportamenti e azioni che agiscono come un rinforzo spesso negativo sui nostri pensieri. E il ciclo continua ad alimentarsi a ritmo continuo.

Ecco perché l’obiettivo della psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è sostenerti affinché tu possa individuare i pensieri ricorrenti e gli schemi disfunzionali. Dal riconoscimento e dalla modifica di queste mappe di ragionamento e d’interpretazione della realtà si arriva alla riscoperta e al rinforzo del tuo stato di benessere psico-fisico.

Piccolo identikit della psicoterapia cognitivo-comportamentale.

Guardando nel dettaglio ci sono alcune caratteristiche da tenere a mente quando parliamo della terapia cognitivo-comportamentale. Uno dei fattori da considerare è l’importanza che riveste lo sperimentare nella realtà nell’acquisizione di nuovi schemi più funzionali. Questa prospettiva difatti si differenzia da altre psicoterapie per l’approccio pratico, pragmatico, concreto che guida ogni intervento.

La psicoterapia cognitivo comportamentale si contraddistingue inoltre per essere attiva e direttiva. Durante la sessione la psicoterapeuta aiuta perciò a identificare il problema e propone poi una serie di esercizi. Promemoria, azioni, attività che replichiamo poi nella vita di tutti i giorni.

Nello specifico durante la terapia ci focalizziamo sui problemi, sui pensieri e sui sintomi. Non analizziamo il passato, ma ci concentriamo sul presente e su quello che sentiamo. Analizziamo le emozioni, i comportamenti, i pensieri che si collegano a questi due elementi e che nel quotidiano ci stanno mettendo in difficoltà.

Osserviamo per riconoscere e poi individuare nuove strategie più funzionali da mettere in campo nell’immediato. Per le sue stesse caratteristiche la terapia cognitivo-comportamentale è quindi breve. Ogni percorso sarà però differente perché ogni persona ha esigenze, sintomi, percezioni diversi.

Da ultimo è bene sottolineare come la psicoterapia cognitivo comportamentale sia una terapia collaborativa e validata in ambito scientifico. Ne consegue che essa è indicata nel trattamento di disturbi psicologici quali:

  • l’ansia e/o gli attacchi di panico
  • la gestione dello stress
  • la gestione della rabbia
  • la depressione
  • il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)
  • i disturbi alimentari e/o il disturbo da dismorfismo corporeo
  • il disturbo Borderline di personalità
  • i disturbi sessuali
  • i problemi di coppia

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03/11/21 Blog

Problem solving: cosa significa e perché ne hai bisogno nella tua vita?

Ne sentiamo parlare quasi ogni giorno, nei più diversi contesti: dal campo lavorativo a quello privato. La domanda allora sorge spontanea: che cosa significa avere un approccio orientato al problem solving? Che caratteristiche presenta e come possiamo fare affinché diventi una risorsa attiva nella gestione della nostra vita? Proviamo a rispondere a queste e ad altri interrogativi.

Nella vita di tutti i giorni i problemi, gli imprevisti, gli ostacoli sono di frequente presenti. Appaiono da un momento all’altro sconvolgendo i piani e le aspettative che avevamo coltivato fino a quel momento. Per limitare i possibili danni e riappropriarci del nostro potere sugli eventi allora diviene fondamentale disporre del problem solving. Di che cosa si tratta e perché è così importante per tutti noi?

Avere a che fare con i problemi è un aspetto della quotidianità umana che può scoraggiare e frustrare. Questo però alla lunga può danneggiarci in profondità e limitare sia le nostre occasioni sia il nostro potenziale di crescita personale. Anche il nostro benessere psicofisico e la qualità della vita che percepiamo possono inoltre essere compromesse da una prospettiva negativa.

Una visione grigia che alla lunga rischia di depotenziarci, toglierci speranza, distruggere la nostra motivazione a fare. Ecco perché il problem solving può rivelarsi strategico, un dono prezioso da allenare e sviluppare il più possibile per contrastare i momenti in cui ci sentiamo senza via di uscita.

Cosa significa problem solving?

Partiamo dall’inizio, ovvero dalla definizione di problem solving. Quando utilizziamo questa etichetta ci riferiamo a tutte quelle competenze e abilità che ci permettono di rispondere in modo funzionale a una situazione critica. Cosa vuol dire? Nella pratica è trovare vie alternative per aggirare l’ostacolo e raggiungere gli obiettivi che abbiamo definito come prioritari.

Il problem solving ricomprende al suo interno le soft skills che ci consentono di andare oltre al problema utilizzando le nostre risorse cognitive. Nella sua traduzione letterale dall’inglese equivarrebbe alla “risoluzione dei problemi”. Un ambito questo che già dal nome è quanto di più vasto e variegato possa esistere nella nostra quotidianità.

Sono quelle competenze a permetterci di definire il problema che ci sta affliggendo e da lì progettare e mettere in campo strategie, metodi, risposte nuove. Risposte e prospettive differenti che ci consentono quindi di superare l’ostacolo, di porre rimedio alla situazione e di riflesso di vivere meglio perché non più bloccati dal problema. Uscendo dalla fase di stallo abbiamo poi maggiori possibilità di prenderci cura di noi stessi e di ritrovare e/o rafforzare il nostro benessere psico-fisico.

I benefici di un approccio orientato alla risoluzione

Attraverso l’impiego del problem solving alleniamo inoltre alcune competenze che risultano preziose in ogni ambito che ci troveremo ad affrontare. Tra queste la prima menzione va alla capacità di osservazione e di analisi. Riconoscere il problema, definire quali sono le sue caratteristiche è infatti il primo passo che mettiamo in atto quando agiamo seguendo l’approccio orientato alla risoluzione.

A questa poi si aggiunge l’incremento del pensiero creativo e divergente. La famosa frase “pensa fuori dagli schemi” diviene perciò un’alleata potente che consente di orientare l’azione verso prospettive e strade non ancora battute. Oltre al fattore legato alla creatività questo elemento ci permette anche di dare vita a opzioni e scelte che siano più allineate al nostro sentire più autentico.

Questo perché la risposta, la soluzione che troveremo sarà legata a filo doppio alla nostra analisi e alla nostra prospettiva. Sarà per forza di cose un’opzione che ci corrisponde e che fa per noi perché saremo stati noi ad averla individuata e progettata. Seguire il nostro sentire autentico vuol dire poi connetterci alla nostra soddisfazione per ciò che stiamo facendo, per come stiamo vivendo, per la nostra vita.

La somma di questi fattori diventa quindi una prima e importante cura contro la frustrazione che ci attanaglia e che ci fa sentire senza speranza. Da ultimo ma altrettanto importante grazie all’uso del problem solving vengano incentivate anche la proattività e l’indipendenza, l’autonomia personale.

Se ti è piaciuto l’articolo sul problem solving, leggi anche questo.

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02/11/21 Blog

On line o a Roma in presenza, la mia missione è essere al tuo fianco

Voglio raccontarti una storia: la metafora delle due montagne di Russ Harris, psicoterapeuta legato all’Acceptance and Commitment Therapy e autore de “La trappola della felicità”.

“Sai che molte persone arrivano in terapia credendo che il terapeuta sia una sorta di essere illuminato, che ha risolto tutti i suoi problemi, e ha messo tutto a posto, ma in realtà non è così. È più come se tu stessi scalando la tua montagna là in fondo e io stessi scalando la mia montagna quaggiù.

E da dove sono io, sulla mia montagna, posso vedere cose sulla tua montagna che tu non puoi vedere, come una valanga che sta per cadere, o un sentiero alternativo che puoi imboccare o che non stai utilizzando la tua piccozza in modo efficace.

Ma ti prego di non credere che io abbia raggiunto la cima della mia montagna e mi sia seduto e rilassato, a prendermela con calma. Il fatto è che io sto ancora scalando, sto ancora facendo errori e sto ancora imparando da questi.

Stiamo tutti scalando la nostra montagna

E alla fine, siamo tutti uguali. Stiamo tutti scalando la nostra montagna fino al giorno in cui moriremo. Ma il bello è che tu puoi migliorare sempre più nello scalare e imparare sempre più ad apprezzare il viaggio. E questo è il lavoro che faremo qui, si lavora insieme siamo una squadra!”

Perché ho voluto condividerla qui con te? Perché credo che sia l’immagine perfetta per mostrare cosa vuol dire decidere di seguire un percorso di psicoterapia. Quando scegli di riappropriarti della tua vita, del tuo tempo, delle tue scelte percorriamo insieme un pezzo di strada.

Lavoriamo per portare alla luce i tuoi strumenti, le tue risorse, le tue strategie funzionali per la tua quotidianità e la tua persona. Diverse da quelle di un altro perché tue e adattate a quelli che sono i tuoi obiettivi, a quella che è la tua realtà. Insieme diventiamo un’alleanza vincente: la migliore perché si compone della tua esperienza, delle mie competenze e dell’analisi della situazione in cui ti trovi.

Dopotutto è dall’osservare con oggettività quel che avviene e dal prendere consapevolezza che puoi poi in piena libertà aprire la strada al cambiamento. Non a una trasformazione qualunque magari imposta dagli standard o dalle voci esterne che ti continuano a dire che non vali, che non sei abbastanza. No, al contrario, puoi agire l’unica trasformazione che conta: la tua, quella che desideri nel profondo del tuo cuore.

Apertura, ascolto e libertà: tre pilastri in cui credo

La mindfulness e la psicoterapia mi hanno insegnato molto. Credo che ogni persona stia affrontando un suo viaggio e come nella storia delle due montagne siamo tutti in cammino verso la nostra meta. Quando sono in sessione mi impegno affinché tu possa essere a tuo agio, perché  possiamo parlare con serenità di qualsiasi cosa rappresenti per te questa fase di stallo.

Sono convinta che l’ascolto senza giudizio sia alla base di ogni relazione. In special modo quando scegliamo di intraprendere un percorso sfidante come quello della psicoterapia. Sedersi e confrontarsi con le nostre difficoltà, con le nostre vulnerabilità può mettere alla prova.

So che aprirsi con un altro può far preoccupare. È un atto di fiducia, un affidarsi che scuote in profondità. Nell’alleanza terapeutica che creiamo ci sarà sempre spazio per l’accoglienza, il rispetto, la riservatezza, la libertà dai giudizi. La terapia così come le sessioni di mindfulness sono momenti per il tuo benessere, sono spazi dedicati solo a te.

Qual è la strada più giusta per te? Che cosa vuoi tu?

Nel mio studio e negli incontri online, in quelle ore che scegli di dedicarti possiamo iniziare a esplorare insieme quel momento particolare che stai attraversando. Passo a passo allora facciamo luce sulle tue emozioni, sui tuoi desideri, sulle tue ansie e paure. Un processo che segue i tuoi ritmi, le tue necessità.

Non ci sono standard a cui mirare, non ci sono pensieri giusti e pensieri sbagliati, pregiudizi o aspettative esterne che valgano. Ci sei solo tu con le tue aspirazioni, con il tuo momento, con i tuoi dubbi e obiettivi, con il tuo percorso di vita unico.

Mano a mano che approfondiamo ci immergiamo nella tua storia per far emergere le tue risorse in modo che tu possa poi illuminare il tuo cammino. La prosecuzione del tuo viaggio come riterrai più funzionale e giusto per te. In piena libertà e autonomia. L’obiettivo è infatti sempre quello di accompagnarti verso la riscoperta del tuo benessere, del tuo centro, di ciò che senti essere davvero la strada per te.

“Il miglior regalo che possiamo fare all’altro è essere presente nell’ascolto!”

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